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1798–1837

CXLVII – Varano

Giacomo Leopardi

Ma già de l'ampia valle a noi le apriche Piagge apparian di vaghi fior coverte E di verdi erbe a impallidir nemiche. A le dolci acque da' bei rivi offerte

Giacea prostrata innumerabil turba A braccia stese e colle labbra aperte; E l'acque, il corso a cui mai non perturba Limo od alga, scendean da un monte alpestre,

Cui nebbia o nube il capo altier non turba, Perché ardea su la cima alta e silvestre Sì chiaro un Sol, che par di raggi privo Quel che sorge a fugar l'ombra terrestre.

Talor sembrava inaridirsi un rivo, Mentre un altro da lungi entro le sponde Gonfio crescea di limpid'acque e vivo. Né l'eterna che in lor virtù s'infonde,

Valea soltanto ad ammorzar la sete, Ma purissimo il cor rendean quell'onde. Qui fin del globo da l'oscure mete Vario accorrea popol di volti e lingue;

E quei che i campi de l'aurora miete, E quel cui dal color bianco distingue Ne l'arsa Etiopia l'annerita pelle, E quel cui lunga notte il giorno estingue

Là dove regna il freddo Arturo, e svelle Da le piante il vigor coi moti pigri De le sue tarde aquilonari stelle. Qui adorno pur de le squoiate tigri

Stuolo d'abitator fieri si tragge Dal grand'Eufrate e da l'armeno Tigri. Né de le nuove americane spiagge Manca il rozzo cultor, oh colpa infame!

Uso le belve ad imitar selvagge Col sangue umano in satollar la fame; Nudo, e coperto sol di penne i lombi Insiem tessute con arboreo stame.

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