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1798–1837

CXLV – Varano

Giacomo Leopardi

L'ore presso al meriggio eran già corse, Quando muggiro i sotterranei fochi Per la nova che il cielo esca lor porse. Ben de la terra in pria languidi e fiochi

I moti fur; ma il zolforoso nido Più ardendo scosse anche i più sodi lochi. Dirotto rimbombò quindi uno strido Del popol tutto, a Dio chiedendo pace;

E altamente mugghiarne i colli e il lido. Il pian divenne a i dubbi piè fallace Nel raddoppiar le scosse, e co' sonanti Bronzi non tocchi dier segno verace

Di ruina fatal le vacillanti Testuggini de' tempii, e le più ferme Torri ne la serena aria ondeggianti. Io ratto corsi ove credei vederme

Salvo dal suol, che incerto or s'erge, or cala, A l'ima soglia; e a le mie membra inferme Pel terror dié il terror più fervid'ala, E de la porta fra le arcate bande

Fuggii saltando a la tremante scala. M'assordò allor mirabilmente grande Precipitoso scroscio, e d'ogn'intorno Scoppiò qual tuon che mille tuoni spande.

Immenso polverio coperse il giorno, E de la luce desiata invece Mestissime appariro ombre dattorno; E in men che scorre una sei volte in diece

Divisa parte di volubil ora, Squallido la città cumol si fece Di rotte pietre addentro miste e fuora Fra spezzate finestre, archi e colonne

Mozze, altre stese, altre pendenti ancora. L'eccidio fier, di cui non mai portonne Vivi ritrarre i danni, e lo smarrito Sole, e l'alterno urlar d'uomini e donne,

E il volto de la guida impallidito, Ch'io non so come aggiunta erasi meco, Mi rimembrar l'estremo dì compito De le terrene cose; e per quel cieco

Aere temei su la fulminea nube L'eterno rimirar giudice bieco, E le angeliche udir ultime tube; Ma la guida, che pria giacque pensosa,

Qual coniglio che in macchia ascoso cube, Ripigliando vigor, disse: già posa Stabile il piano. I tetti mal sicuri Ha questa sede, e l'altra pur dubbiosa

Che a fronte stassi, incerti serba i muri. S'apre al fuggir la via. Vincer fa d'uopo Col senno e coll'ardir colpi sì duri: Seguimi. Ei mosse; ed io guatandol, dopo

Un profondo sospir, ne seguii l'orme Ignaro de la strada e de lo scopo. Stranamente il sentier s'ergea difforme, Asprissimo e scosceso in rozzi mucchi

Di pietre, e in massa inegualmente enorme Di travi e intorti ferri e marmi e stucchi, E seggi e letti e deschi ancora tinti Di sparsi cibi e di pampinei succhi:

Pur da necessitate i piè sospinti Battean quel calle, e s'arrestavan lassi Del cammin spesso malagevol vinti. Oh quante volte in alternar i passi

Caddi, e abbracciai caldo cadaver pesto Scoperto allor da sgretolati sassi! E quante, arrampicandomi al funesto Monte di tetti o affatto svelti, o scemi,

Dal tetro fondo udii lo strider mesto De' semivivi, che ne' casi estremi Voci mettean fra que' spiragli acuta, Sclamando: oimè! perché ne calchi e premi?

L'orrida via d'ogni conforto muta, E di riune e di fiaccate o rase Ossa, e di membra luride tessuta, Fiero obbietto m'offerse: onde rimase

Sì oppresso il cor, che il novo a gli occhi assalto Superò quel de le pendevol case. Marmorea fascia nel piombar da l'alto Uom guasto avea, che da soggetta loggia

Tentonne forse il disperato salto. Sovra le intatte sponde in cruda foggia Senza capo giacea l'informe tronco Lordo, e grondante di sanguigna pioggia.

L'un braccio e l'altro bruttamente monco Per le strappate mani, e trite in mille Pezzi le canne fuor del collo tronco. Il duce mio sotto quell'atre stille

Varcò il sentier; ed io con lena stanca Ristetti e con attonite pupille; Quand'ei mi disse: i passi tuoi rinfranca, Ché siam presso al confin. Vana e vil tema

I piè t'annoda, ed a te il volto imbianca. Il suo dir e l'oprar destò l'estrema Forza ne' miei smarriti spirti, e feo L'anima del terrore inutil scema;

Tal ch'io vinsi passando il cammin reo, E a la meta arriavai tinto del sangue Che il palpitante ancor busto perdeo. Qui nel mirar giovane madre esangue,

Piansi; e ben tratte avria l'acerbo caso Lagrime da un'irata orsa, o da un angue. Precipitato largo trave a caso Su l'imbrunite e stritolate cosce

De l'infelice donna era rimaso. Non lungi in quella età che non conosce I propri danni, un vago pargoletto Figlio accresceva a lei l'ultime angosce.

Sciogliendo ella con man smorta lo stretto Vel su le poppe, benché infranta e oppressa, Chiamaval dolce a l'amoroso petto: Ed ei carpone invan moveasi, ed essa

Sospirando, e guardandolo sembrava Dogliosa più di lui che di sé stessa. Noi con pronto vigor, che ne prestava Di caritate il zel, trarla d'impaccio

Tentammo, e dal gravoso arbor che stava Su lei rappresa omai dal mortal ghiaccio: Ma per quante scegliesse arti l'ingegno, Ahi! non fu pari al buon voler il braccio.

La donna allor: per sì bell'opra il degno Guiderdon serbi a voi, disse, l'immensa Pietà, che in dar mercè varca ogni segno. Ma de le piaghe mie la doglia intensa,

E il terribile colpo a morte spinge, E già m'annebbia i rai caligin densa. Or questo parto mio, che nel suo pinge Volto l'aita che per lui richieggo,

Fugga il destin che di perigli il cinge. Per voi salvo egli viva, altro non chieggo; E allor morte mi fia riposo e gioia. Ma dove è il figlio mio, ch'io più nol veggo?

Ah! date a me fra l'affannata noia De l'alme e il palpitar de' membri estremo, Che almen lo stringa al seno anzi ch'io moia. Io coll'uffizio di pietà supremo

Il fanciul presi, e a quel languente il porsi Petto pieno d'amor, di forze scemo; Ed ella, che sentì l'amato porsi Pegno nel grembo, di più forti armata

Spirti ed affetti al cor materno accorsi, L'annodò, lo baciò colla gelata Bocca, sclamando: il Ciel ti doni un padre. E tenera e dolente ed agitata

Le molli del bambin carni leggiadre Troppo in morir compresse, ed in un punto Spirò l'anima il figlio e insiem la madre. Da spettacol sì amaro ebbi compunto

Cotanto il sen, ch'io colla guida sparsi Largo di pianti umor a i primi aggiunto. Salimmo indi ambo ove parea levarsi Il piano in facil colle, e per i folti

Pini e cipressi ombrosamente ornarsi: Ed ecco vacillar da strano colti Tremore i colli, e in screpolosi fondi Spesso i corpi ingoiar vivi sepolti.

Oh infausta e crudel terra, che fecondi Modi d'acerbità varia produci, T'apri, e in te guasti e stritolati ascondi D'un popolo gli avanzi! Ah! le mie luci

L'aspetto fier più tollerar non ponno. Guidami tu, gridai, che mi conduci, A men orribil loco, ov'io sia donno In pace almen fra tanti affanni stanco

Di chiuder gli occhi nel perpetuo sonno. Ed ei rispose: affrettati sul manco Sentiero ad abbracciar robusta pianta, Ché innanzi o indreto il piè portar e il fianco

Ci vieta il terren fesso. Allor con quanta Lena potei corsi, e del duce sotto La scorta un pino strinsi; e appena a tanta Velocità bastevol fu il dirotto

Sì corto spazio, in cui novo e diverso Tremito ammarginò del cammin rotto I cupi abissi, ove poc'anzi asperso Di sangue e polve un uom fra sassi e arene

Non lungi a me precipitò sommerso. Cessò in breve la scossa, e ne le vene Tornò al sangue il calor, per cui del monte Poggiammo a l'erta con men dubbia spene.

Ivi dappresso a una turbata fonte Vidi a l'IspanoPier del tempio sacro Diroccati ambo i lati e l'ampia fronte, E de l'acque sorgenti entro al lavacro

I trasportati e pel terren tumulto Confusi avanzi insiem del simulacro. Sovra un marmo sedemmo ancor non sculto, Scelto del fonte a intonacar la sponda:

Ma, oimè! che acerbo a noi crebbe il singulto Dal sommo in rimirar ne la profonda Sua foce enfiato il Tago, e l'Oceano Scorso su i lidi altissimo co l'onda.

Divorò il flutto i fuggitivi invano Da gli agitati colli uomini e belve, Scampo cercando su più fermo piano; E col moto onde avvien che il mar s'inselve

Gonfio, in secche portò non mai solcate Le armate navi entro l'opache selve. Volgemmo il mesto sguardo a l'atterrate Case, e di sotto a le ruine sparse

Nubi scorgemmo d'atro fumo ombrate In mille giri verso il ciel levarse, Che orribile ne dier prova che tutte Quell'estreme dovean spoglie esser arse.

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