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1798–1837

CXLIV – Varano

Giacomo Leopardi

In mezzo a valle solitaria e vasta Stridea scoppiando fra le vampe ingorde Di cento adusti ceppi ampia catasta. Con picche armate in ferro adunco, e lorde

Di melma, tratti eran que' corpi al rogo, Cui più vita sì dura il cor non morde: Sacerdoti e fanciulle, e quei che il giogo Marital strinse, ignudi, e insiem confusi,

Da vicin tolti e da rimoto luogo: E fra questi (ah! chi fia che adombri o scusi D'alta necessitate il gran delitto?) Vivi che ancor movean gli occhi non chiusi,

Ma palpitanti col ronciglio fitto Ne la gola i sospir versando, e il sangue Dal collo in sì crudel foggia trafitto. Strascinata ogni donna ed uom esangue

Ad arder con pietà tanto inumana, Come striscia per terra ignobil angue, La faccia avea deformemente strana, E questa sì, che non serbava alcuna

Orma in sé lieve di sembianza umana. Sorta era già quella che il mondo imbruna; Pur le tenebre sue folte allumava L'ardor dei roghi e la splendente luna.

Un vecchio allor mirai, che immobil stava Presso a la pira, e le rugose e smunte Gote di lagrimoso umor bagnava. Egli, torvo ne gli occhi, e al petto aggiunte

Le incrocicchiate man, sciolse tremando Tai voci a spesso sospirar congiunte: Ahi misero! perché non perii quando Da me l'amata figlia il crudo mise

Colpo di morte eternamente in bando? O perché almeno allor me non uccise Duolo, ira e orror, ch'io l'insepolte e grame Sue membra vidi in brani esser divise?

Mentre scagliata su putrido strame, Oh memoria feral! fur de' voraci Cani serbate a saziar la fame. Che far potei privo di spirti audaci

In curva età, povero d'agi e d'oro Tolto a me da le ree destre rapaci? Ché il mio guerra mi fe ricco tesoro Più che il tosco mortal fra le sconvolte

Leggi, e un empio poter maggior di loro. Oh fortunate appien l'anime sciolte, Cui l'ultimo destin l'ultimo porse Scampo fra tante pene insiem raccolte!

Oimè! l'aria, in cui sparto il velen corse Fra l'infocata estate e i reoghi accesi, Rende la vita del respiro in forse. L'acqua dei fonti, in miglior stella illesi,

Or calda e di maligni atomi carca, Ributta i labbri nel guastarla offesi. La terra stessa non appar mai scarca Di sordidezza marcida e di lezzo,

E il piede ognor vermi e putredin varca. S'io miro, il guardo a i dolci obbietti avvezzo S'infosca al fumo, e sol forme atre scorge, Che gelido nel cor destan ribrezzo:

S'i' ascolto, aspra a l'orecchio origin porge D'inconsolabil lutto il fremer tronco D'urli e di lai, che disperato sorge. La mano il tatto abborre, e fin un bronco

Arido sfugge d'afferrar, e al braccio Sta giunta come ad un marmoreo tronco. Ah! pronta ecco la via d'uscir d'impaccio: Né v'ha d'uopo a dar fine a gli anni oscuri

D'acuto ferro, o d'annodato laccio. Già m'invita la pira ardente; i duri Affanni questa accolga, e le invan sparse Lagrime, e all'ombra mia pace assecuri.

Disse; e debil, ma fier venne a gittarse Fra l'altissime fiamme, ove in un punto S'abbronzò, frisse abbrustolato ed arse. Da questa del furore ostia disgiunto

Fui per la guida, e dietro a le sacr'orme Presi un sentier che a l'onde era congiunto; E in una torre un ragionar informe Udii, e qual suol ne' deliri incerto;

Poi col crine irto vidi un uom deforme, Che piombò su le selci aspre de l'erto Col capo volto, e ne schizzar le miste Cervella al sangue fuor del cranio aperto.

Io torsi gli occhi da l'immagin triste; Ma in quel momento altra crudel m'assalse. Vergata il volto di livide liste Furente donna il vicin tetto salse,

E in pianti vaneggiando e in folli risa Si gittò dentro a le voragin salse. Scorsa la via poco dal mar divisa, Io teneri mirai bambin leggiadri

Cn bocca di marcioso umore intrisa Succhiar il tosco da le spente madri; E altri miseri meno in fra le troppe Sventure lor presso gli afflitti padri

Di capre miti le villose coppe Stringer scherzando; e queste ad essi il latte Docili porger con benigne poppe. Mentre a l'occaso eran le stelle tratte

Col pianeta minor dai raggi smorti, Con cui l'ombra la prima alba combatte, Scoprii fra il frombo di percosse forti Un giovane guerrier sparuto e fiacco,

Ferri agitando a doppia fune intorti. Non armato venia d'elmo e di giacco, Ma coperto le ingorde ulceri solo, Che tutto lo rodean, d'ispido sacco.

Un cadaver parea ritto sul suolo: Pur su la fronte un non so qual soave Cipiglio avea d'invidiabil duolo. Talor, poiché più lena il piè non ave,

Languia de' servi in braccio, e poi movea, Raddoppiandosi i colpi, il passo grave. Mentr'ei di sé lo strazio orribil fea, Rinforzando a la voce il debil suono,

Gridò: Figlio di Dio, che a questa rea Anima il divo sangue offristi in dono, Perch'ella de' pensier empi e de l'opre Chieggia e in quel sangue trovi ancor perdono,

Eccola a i piedi tuoi. Più non la copre La sua ribelle a te misera carne, Che ulcerata e corrosa i nervi scopre. Oh immenso, oh invitto Amor! che per sottrarne

A l'eterno penar sì breve prova Di duol volesti a nostro scampo darne, Quanto a la tua pietade in me rinnova Il remembrar de' falli i miei più crudo!

Ah! lagrime non già, ma sangue piova Il moribondo cor, che in petto io chiudo. Guardami: a te le man gelate io stendo; Quelle apri tu del sacro corpo ignudo,

E le mie teco stringi al tronco orrendo. Tu le tue piaghe desti a me, che amasti; Ed io quai piaghe vili, oimè, ti rendo! In così dir gli omeri enfiati e guasti

Sì duro flagellò, ch'io gridai quasi: Deh! cessa, e tanto scempio omai ti basti. Ei da l'ossa poiché svelti ebbe e rasi Gli egri carnosi brani, in seno a quelli

Che gli fean scorta ne gli estremi casi, Appoggiò il capo, e fra i languor novelli Dolcissima spiegò sul volto pace, E gli occhi fisi al ciel sembrar più belli;

Poi, come suole semiviva face, Che nel ratto sparir più s'avvalora, Lieto sclamò: ti seguo, ove a te piace Guidami tu, Dio di bontade. Allora

Muto e ombrato da gli ultimi pallori Spirò l'anima pia verso l'aurora.

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