Ma già la notte del suo cheto giro La metà segna, e un non so che diffonde Che gli occhi aggrava, e in un gli spirti e i sensi Intorpidisce e allenta. I dritti suoi
Morfeo ripete, e con la molle verga Or questo or quello lievemente tocca: E da quel tocco inimpedibil segue Scherzo gentil. Tu, prode Erasto, il primo
Fosti che in arco spazioso apristi Le tue labbra sonore. Il noto segno Non fuggì inosservato: emula gara Di mano in mano lo propaga e addoppia.
Qual se al gambo talor d'arida canna Fuoco s'apprende, si i fogliosi nodi Fino a l'estrema cima in un momento Lieve serpeggia la scorrevol fiamma;
Tale, a l'esempio tuo, diffuso in giro, Di bocca in bocca per la lunga fila Tacito vola un languido sbadiglio, Che noia e sonno universale accusa.
Altri chiede de l'ora, altri oziando L'orologio consulta, e coi vicini Confrontando il registra. Esauste e vote Han del garrir le fonti: e già più rare
E più dimesse suonano le voci, Tarde e interrotte; e del silenzio sono Gl'intervalli più lunghi. Alfin pur s'ode Per le sassose taciturne vie
De i lungamente desiati cocchi Il sordo pria romoreggiar lontano, Che a poco a poco s'avvicina, e cresce Gradatamente; ed a la soglia innanzi,
O pur ne l'atrio, volgono gli aurighi E arrestano i destrier. Le orecchie allora Tendonsi, e gli occhi disiosi; e ognuno Il proprio nome impaziente spera
Dal servo annunziator. Poiché più volte Sperarlo invano, alfin di tutti arriva Il bramato momento. Ecco già in piedi Balzano lieti, e a subito congedo
Si atteggian destri, a la fedel memoria Chiamando intanto il formulario usato Che suol dirsi al partir. A le lor dame Porgon le destre i cavalier compagni:
Tutti sortono alfin; col sacro patto Di tornar pronti la ventura sera, A l'ora istessa, quelle istesse cose A ripetere e udir, e con la speme,
Sempre delusa, di godervi un'ora Di piacer vero, e poi partir di nuovo Non di se stessie non d'altrui contenti.
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