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1798–1837

CXCIII – Bondi

Giacomo Leopardi

Bella saria, ma troppo Gliel dissero gli amanti; ond'ella, vana De' plausi lor, la prodiga natura Viziò con l'arte, e per piacer dispiacque.

Breve viaggio a gl'itali confini, In poche lune l'arricchì di mille Ridicole maniere. Al patrio lido Straniera ritornò. Già vil le suona

Il nativo idioma, e tratto tratto Chiama in soccorso le adunate frasi (Pedantesco tesoro) e i motti arguti Che da la Senna volano leggeri,

E a piè de l'Alpi poi rancidi e stanchi Cadono in bocca de' lombardi Adoni E de l'itale Veneri, che a gara Se li rubano in giro, e senso e accenti

Storpiano gentilmente. Or tu l'osserva Come languida avanza. Il breve passo Modera il fianco dondolando; e spira La grand'aria di corte. Oimè, frenate

(Giunta sul limitar, sembra che implori), Vulgari lingue (ed a l'orecchio offeso Forma riparo con la man), frenate L'incondito garrir: ché troppo, ahi, soffre

L'organo molle e dilicato a l'urto D'una voce sonora. Innoltra, o alunna De le galliche Grazie: e voi l'udite Come dal labbro semichiuso ad arte,

Lascia appena sortir, di suono in vece, Articolato sibilo soave, Che di sommessi non uditi accenti Le tese orecchie tormentando bea.

Né al labbro solo l'armonia presiede; Ma il piè, l'occhio e la man, tutto risente Numero e legge. Il metrico compasso Misura i moti; ed animan le molle

D'uno studiato meccanismo questa Macchina armoniosa. Ogni suo gesto Sprigiona un vezzo; ogni momento scopre Qualche nuova beltà di brio vivace,

O di lento languor. Sovente obbliqua Volge la molle guancia, ond'altri possa Contemplarne il giustissimo profilo Soavemente declinar: poi dopo

Curiosa ed attonita richiede Di non sa cosa, cui da lungi accenna, Quasi fingendo d'ignorarla; e allunga La destra intanto, e del tornito braccio

Mostra così la degradante e liscia Rotondità. Che se gentil novella Talun prenda a narrar, mirala come Sul volto a chi ragiona immobil ferma

Le intente luci: dal loquace labbro Par che estatica penda; e pur non ode Forse, o non bada, e medita frattanto Di quai vezzi far pompa, e come usarne

Studia in secreto, e ad ogni accento, ad ogni Pensier diverso i movimenti adatta. Or sorride improvviso; e pur non v'era Di ridere cagion: ma il bianco avorio

Di tereti, minuti, uguali denti Volea scoprir. Poi cangia scena, e mostra Di conturbarsi, e ricomponsi a un tratto; E fra la speme ed il timor sospesa,

Stenta il respiro volontaria: e intanto I simulati palpiti frequenti Danno pretesto a l'anelare alterno Del consapevol sen. Che se il racconto

L'artifizioso narratore intreccia Di tristi eventi; o d'improvviso scossa Inorridisce con gentil ribrezzo, O in aria di pietà sul volto chiama

Patetico pallor, che il dolce imita languir d'un giglio moribondo: e poi Siccome fece che a spirar vicina, Sente il soccorso d'alimento amico,

E rediviva a scintillar ritorna; Tal, se la storia a lieto fin si volge, Quasi lo spirto le rinvenga, anch'ella Le smorte guance scolorite avviva,

E di sereno giubilo improvviso Fa gli occhi scintillar. In simil guisa Si modifica e sforza; e ad aver vanto Di sensitiva ed irritabil fibra,

Cangia moti e color, e mille affetti, Che vorrebbe sentir, simula.

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