Egli non ha nemico Maggior del tempo: e a consumarlo ei suda, E mette ogni pensier. L'ozio e la noia A lui numeran l'ore, e dangli avviso
Del sonar di ciascuna: ond'ei si aggira Solo occupato de l'impiego eterno Di chieder sempre e di aspettar che arrivi Ora il meriggio ed or la sera; e intanto
Il lunghissimo dì passa e distrugge Su i caffè in parte, e poi di casa in casa L'obeso ventre strascinando, e il peso De l'esistenza sua. Grave egli giunge
In ogni luogo; e al suo venir si stringe Ne gli omeri ciascuno, ed ogni labbro Freddamente il saluta. Egli non bada, Stupido avanza, e ad occupar s'affretta
Quel ch'entrando adocchiò libero ancora Più morbido sofà. Mira: ei da prima Le vesti dietro ad ambe man raccoglie; Poi tutto alfin vi si abbandona, e lento
Vi si sdraia gemendo. Il frale scanno Cigola sotto l'improvviso incarco Di tanta soma. Ei guarda intorno alquanto; E poiché nulla del discorso intende,
E l'orecchio digiuno allunga indarno, Per fuggir l'ozio al solito s'appiglia Ingegnoso ripiego; e a poco a poco Le palpebre inchinando a sopor lento,
La vegetabil macchina e lo spirto Colloca alfine ne l'anfibio stato Che in mezzo è posto tra la veglia e il sonno. Bello il vederne l'anima impotente
Con lunghi sforzi contrastare indarno, E resister cedendo. A l'occhio intanto, Già semichiuso, gli appannati oggetti Mostransi appena; e d'indistite voci
Lieve susurro mormora a l'orecchio Semisopito. Ma il sospetto eterno De' sguardi altrui, gustar nol lascia in pace La furtiva quiete: e tratto tratto
Scuotesi d'improvviso, e le luci apre Attonite, e sogguarda; e tosse intanto, Con accorto consiglio, onde dar segno Ch'egli è pur desto. Ma di nuovo il preme
Il vincitor letargo; e a lui sul petto Ricade il capo languido. E di nuovo Pur si riscuote, e il nobil gioco alterna. E poiché tutta l'onorata impresa
Alfin compié, né di dormir più spera; Si rizza in piedi risoluto, e in fretta Da lo stuol si congeda: e caldo allora Di nuovi spirti e di sublimi idee,
Passa animoso a pigliar sonno altrove.
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