Apri, o canora Musa, i boschi di Elicona, E la tua cetra cinga d'alloro una corona. Non or d'Eroi tu devi, o degli Dei cantare, Ma solo la Minestra d'ingiurie caricare.
Ora tu sei, Minestra, de' versi miei l'oggetto, E dir di abbominarti mi apporta un gran diletto. Ah se potessi escluderti da tutti i regni interi; Sì certo lo farei contento, e volentieri.
O cibo, invan gradito dal gener nostro umano! Cibo negletto, e vile, degno d'umil villano! Si dice, che risusciti, quando sei buona i morti; Ma oh detto degno d'uomini invero poco accorti!
Or dunque esser bisogna morti per goder poi Di questi beneficj, che sol si dicon tuoi? Non v'è niente pei vivi? sì mi risponde ognuno; Or via su me lo mostri, se puote qualcheduno.
Ma zitto, che incomincia furioso un certo a dire; Presto restiamo attenti, e cheti per sentire. E dir potrete vile un cibo delicato, Che spesso è il sol ristoro di un povero malato?
Ah questo è uno sproposito, che deve esser punito, Acciò che mai più possa esser da alcun sentito. È ver, ma chi desidera la Dio mercè esser sano Deve lasciar tal cibo a un povero malsano.
Piccola seccatura vi sembra ogni mattina Dover mangiare a mensa la cara minestrina? Levatevi, o mortali, levatevi d'inganno, Lasciate la minestra, che se non è di danno,
S'almen di seccatura. Ora da te, mia Musa, Sia pur la selva opaca del tuo Elicone chiusa. Io forse da qualcuno talor sarò burlato, Ma non m'importa bastami, d'essermi un po' sfogato.
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