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1798–1837

CLXXXIX – Bondi

Giacomo Leopardi

Vagan gli ospiti intanto, e in ogni parte Godono esaminar la reggia aprica. Il Piacer mai dal fianco lor non parte, E mostra, fin ch'ei può, la faccia amica:

Ma innoltra sempre: ché in quel loco mai Non è concesso di fermarsi assai. Molti il bramano, è ver; ma nol consente Il Tempo inesorabile, che avanza.

Lieve ei corre così, che non si sente; Né indietro ha mai di ritornare usanza: Spingesi innanzi l'affollata gente, Che di mal grado va cangiando stanza;

Ei pur l'incalza; e di partir fa fretta, Né per preghiere o per lamenti aspetta. Da lui sospinta, al declinar del giorno, Passa la turba, e di partir s'attrista:

Altri intanto sottentra, e il bel soggiorno, Che vanno i primi abbandonando, acquista. Giran quelli, partendo, il guardo intorno, Né più il Piacer né la Speranza han vista;

Ché sol con loro il Desiderio resta, E la Memoria sterile e molesta. S'avvian taciti, soli, e senza scorta; Ché mai chi parte accompagnar non s'usa:

La scontentezza sul sembiante porta Ognun dipinta, e il suo destino accusa. Giungono in fine a la dolente porta, Che guarda a sera, ed è a l'uscir dischiusa;

Dove ognor veglia su marmoreo scanno, Invan pentito, il tardo Disinganno. Come uom che di se stesso ha maraviglia, Stupido ha il guardo, e l'aria greve e lenta;

Stringe le labbra, e ficca al suol le ciglia, E il fronte chino con la man sostenta: Fatto cauto per prova, altrui consiglia; E gli anni scorsi con dolor rammenta;

Guarda indietro sovente, e poi sospira, E l'albergo onde uscì, bieco rimira. Da l'altra parte, in vedovile spoglia, A ragionar con lui Vecchiezza siede.

Gli anni in lei non cangiar pensieri o voglia; Benché già incurvi, e le vacilli il piede: Di non poter più entrar par che le doglia; E assai notizie a chi vien fuor richiede;

Indi, con voce trmolante e bassa, Dal bel loco accomiata ognun che passa. Così lascian l'albergo, allor che il raggio Diurno inchina a l'occidente, e manca.

Poco lor resta a compiere il viaggio; Ché il fin s'appressa, e il tardo piè si stanca. Per loco errando van muto e selvaggio, Incerti, a destra declinando e a manca:

Ché di cure acutissime e di stenti Piena è la strada, e di pensier pungenti. Ma poco van, che inevitabil ombra, Crescendo, annunzia la funerea sera:

Un ferreo sonno i lumi stanchi ingombra, E col dì chiude la mortal carriera. Finisce allora il breve incanto; e sgombra Il finto albergo, e non appar dov'era.

Apron, miseri, gli occhi; e in quel momento Veggon sol nebbia dileguarsi al vento.

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