E tu, cura soave Di tacite donzelle, Cui mentre Ebe sorride, il giovin seno Penetri ardito; i nostri carmi avrai:
Né la candida tua Psiche, e le belle Forme, e la notte, e gli amorosi guai, Inonorati andranno Or ella è teco; e de l'antico affanno,
Che ricompensa un più propizio fato, Dolce memoria suona Per l'Olimpo beato. Vergine avventurata, in mortal velo,
Di bellezze immortali adorna apparve: Stupì vedendo, e l'adorò, la terra. Venere al terzo cielo Tornò da' freddi suoi vedovi altari,
Te consigliando a la giurata guerra. Ma la vendetta in vano Volgean gli occhi di Psiche: Ardesti; e a te l'antiche
Arme cadean di mano. Vittima incerta, entro a funereo letto Tradotta al monte, abbandonata e pianta, Giù per valli profonde in ricco tetto,
Peso a un zefiro amico, ella scendea. Là, di se in forse, i vòti dì vivea, Fra tema e speme, a conosciuto amante: E tu le usate prove,
Terribil nume, esercitar solevi Sovra Nettuno e Giove; Poi, col favor de l'ombre, Ti raccogliea ne la segreta reggia
Talamo aurato d'immortal lavoro: Ivi a le tue fatiche Offria dolce ristoro Il molle sen di Psiche.
Irrequieta Diva Che ne le gioie altrui t'angi e rattristi, Tu da l'inferna riva L'aure a infestar del lieto albergo uscisti:
La giovinetta intanto Gli avidi orecchi a tue menzogne apriva; Né vide più ne l'amator celato, Che spoglie anguine, ed omicida artiglio:
Finché il terror poteo nel cor turbato Strano eccitar d'atrocità consiglio. E già un placido sonno Gli occhi d'Amor chiudea,
Quando a le quete coltri Perversa il piè volgea: Apparia ne le manca La lucerna vietata;
Era l'infida e mal secura destra D'ingiusto ferro armata. Primi s'offriro a i desiosi sguardi, Sovra l'estrema sponda,
Amor, gli aurei tuoi dardi: Psiche gli tocca appena, e n'è ferita. Scorge la chioma bionda, Il volto e l'ali; Amor conosce, ed ama:
E cade il ferro; e la lucerna incauta Coll'ardente liquor l'omero impiaga. Fuggiva il sonno. A lei vergogna e duolo L'alma pungean: tu rapido movevi
Per l'aure lievi a volo. Te ritenne Citera. Ivi t'accolse La rosata di Psiche emula antica; E medicava la pietosa mano
L'offese de la tua dolce nimica: Mentre la sconsolata Te richiamava, lagrimando, invano. Parlò a lungo il dolore,
Poscia il furor non tacque; E invocò morte, e si lanciò nel fiume: Cara un tempo ad Amore La rispettaron l'acque.
Lei, che raminga in traccia Del perduto signor scorrea la terra, Incoraggì soave La Dea che al crin le bionde spiche allaccia;
A lei stendea le braccia, Racconsolando, e la compianse Giuno: Sola Venere altera Non calmò l'ire gravi; e su l'afflitta
Compier giurò la sua vendetta intera. Chi dir potria l'oscura Carcere, e i duri uffici? Chi l'auree lane, e la difficil onda?
Amor, dov'eri? a te che tutto sai, Come furono ignoti De la tua Psiche i guai? Ella, come imponea la sua tiranna,
Osò d'entrar per la tenaria porta, E por vivendo il piede Ne' tristi regni de la gente morta. A lo splendor de l'auro,
Lei l'avaro nocchier pronto raccolse; E varcò la palude. Latra Cerbero invano: Le gole il cibo, e gli occhi il sonno chiude.
Egli passa, e il soggiorno Tenta di Pluto, e il fatal dono chiede: Ricusa i cibi, e al giorno Da Proserpina riede.
Deh, qual ti mosse feminil disegno, Psiche, ad aprir la chiusa urna fatale? Là de l'ira immortale Era il più orribil pegno;
Ed ecco un vapor nero Uscia, la cara a te luce togliendo; E rendea l'alma al mal lasciato impero. Ma vide Amor da l'alto,
Vide, e pietate il prese; Sentì l'antica fiamma, Ed obbliò le offese; E a più beata sorte
La conservò da morte. E volgea ratto al sommo Olimpo l'ali, E innanzi al re che i maggior Dii governa, Narrò di Psiche e di se stesso i mali,
E chiedea modo a tanta ira materna. Impietosiva il gran Tonante: e Imene, Siccome piacque a Citerea placata, Obblio versò su le fraterne pene:
E l'ambrosia celeste Ebe ministra Dolce a Psiche porgea: Ella bevve, e fu Dea.
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