Ben sotto al carro i vigili Corsieri atri affatica Del regnator silenzio La tenebrosa amica;
Ben cielo e terra e oceano, Tutto è tranquillo e tace; Ma non però la tenera Fanciulla nostra ha pace.
Essa, d'Amor, che l'agita, Ferita il lato manco, Stanca le piume incomode Col giovinetto fianco.
E già del fosco Mennone La sconsolata madre Sorse tre volte a togliere L'ombre agghiacciate ed adre,
E le pupille cerule Anco trovò tre volte Stanche, e per veglia languide, Ma a veglia ancor non tolte.
Deh, a i bruni luoghi ov'abiti, Se prece, o Sonno, arriva; Se ardesti mai, posandoti Su gli occhi a qualche Diva;
Vieni: il leteo papavero Scuotan le tempie ingombre, E le grand'ali fendano Le pigre e rigid'ombre.
Racchiusi usci non vietino A te che non t'innoltri; E inosservato e placido Giugni a le fide coltri.
Più cure aspre e sollecite Lor troverai d'intorno, Ferme di non rimoversi Indi, neppur col giorno.
Ma inaspettato, e carico D'oblio, liquor le asperga; O lor, toccando, dissipi La taciturna verga.
Se su la sponda assidesi Amor, si corchi, e taccia; O altrove il volo movere Finché tu stai, gli piaccia.
Non manca ov'ei rivolgasi Su l'istancabil'ali, Se al regno suo soggiacciono Gli Dii, non che i mortali.
Che più? se al chiesto uffizio Altro s'oppon, si toglia: E a te fedel Silenzio Guardi la muta soglia.
Col dito al labbro, ei rigido Il passo a ciascun vieti: Solo l'entrar sia libero A miti sogni e lieti.
Figli di te, vestendosi Di cento ombre leggiadre, Escan da l'uscio eburneo, Accompagnando il padre;
Escano, e me presentino A la fanciulla mia: Oggetto indarno cercano Che caro a lei più sia.
Seco fra' sogni ell'abbiami, Poich'altro a lei non lice; E i sogni almen le fingano Il nostro amor felice.
Ma deh però, che fervidi Non sian ne l'opra assai; Deh, che la gioia insolita Non la svegliasse mai.
Sovente ancor Penelope Sognò del Greco amato, E nel sognar destandosi, Credette averlo a lato:
Poi, fra le piume vedove Stesa l'incerta mano, De l'error, lassa, avvidesi, E pianse a lungo invano.
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