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1798–1837

CLXXX – Savioli

Giacomo Leopardi

Odi; i momenti volano; Odi una volta, e cedi: Ohimè, gli Dii ti perdono Se in Esculapio credi.

Ei l'erbe indarno e i farmachi In tuo favor prepara, Tue labbra indarno chieggono La pia corteccia amara.

Lasso! una Furia, immobile Veglia a le porte, e grida; L'altre d'infami aconiti Colman la tazza infida:

Morte l'offerta vittima Impaziente affretta. Trema: il tuo capo, o misera, È sacro a la vendetta.

Va; con promesse e lagrime Stanca la tua Diana; Offendi il casto imperio Con servitù profana.

Altro giurasti: intesero, Per danno tuo, gli Dei: Lo sa Diana: il Tartaro T'avrà se mia non sei.

Essa al figliuol di Venere Turbar non osa il regno: Anzi il difende e il libera, Il serve, e n'è sostegno.

Mentre Cidippe affidasi A le devote soglie, Si vede a piè discendere L'aurato pomo, e 'l coglie.

O Dea, sarò d'Aconzio, Ardito amor vi scrisse: Vide l'incauta vergine Sarò d'Aconzio, e il disse.

Del giuramento incognito Indarno il cor si dolse: Giurato i labbri aveano; Diana il voto accolse.

L'accolse: invano i talami Altro imeneo chiedea; Febbre crudel vietavali, E il petto infido ardea.

Ah, se ad uguale ingiuria Da pena ugual ti piace, Compi l'antico esempio, Gran Diva, e accorda pace.

Pace: d'Amor la gloria Serba: costei si pente. Partite, o febbri indomite, Dal bel corpo languente.

E tu, che incerta e tacita Lasci a' sospiri il corso, O da terror derivino, O pur dal tuo rimorso;

Deh, con più fido augurio, L'ignuda destra porgi; Rompi il crudel silenzio; E morte inganna, e sorgi.

Qual speri onor se a l'Erebo Discendi ombra spergiura? Quai voti allor ti salvano Da le roventi mura?

Pria d'una vita inutile Pietoso il Ciel mi privi; Poscia gli Dii ti rendano Le tue promesse, e vivi.

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