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1798–1837

CLXXVII – Gozzi

Giacomo Leopardi

Misero! quale, Quant'aspra guerra è l'avvilir de l'alma Nobili sensi, ed al suo nobil volo Troncare il corso! Pattuir convenne

Il mio cervello, ed operaio farlo De gl'ingordi librai; di giorno in giorno Darne lor parte. Come e filo a filo Da la conocchia vecchierella tragge

Il tardo lino, perché l'opra a lei Di molte veglie il sabato compensi; Tale il cervello a fibra a fibra io spicco Da le cellette sue fra noia e stento,

Di lavor magari non famosi, i quali Strozzano il fiato ne la gola e il nome. È gran tempo, che il cor mi rode questa Ulcera sorda. Ippocrate non vide

Di peggior malattia più crudi effetti. O gran medico greco, a gli aforismi Tuoi questi aggiungi; esperienza il detta: Pallido viso, occhi affossati, corpo

Inaridito, secche guance, sonno Interrotto, leggiero, interno crollo Di offesi nervi, negligente obblio Di dir quanto si sa, narrarlo a caso,

E temer di dar noia a cui si parla; Andar da statua, tener chini gli occhi, Fuggir cerchi di genti; a chi domanda Più rispondere a cenni, che a parole;

Morder gli altrui costumi, e de la sorte Spesso lagnarsi, segni son che langue Fra l'ugne di librai spirto non vile.

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