Misero! quale,
Quant'aspra guerra è l'avvilir de l'alma
Nobili sensi, ed al suo nobil volo
Troncare il corso! Pattuir convenne
Il mio cervello, ed operaio farlo
De gl'ingordi librai; di giorno in giorno
Darne lor parte. Come e filo a filo
Da la conocchia vecchierella tragge
Il tardo lino, perché l'opra a lei
Di molte veglie il sabato compensi;
Tale il cervello a fibra a fibra io spicco
Da le cellette sue fra noia e stento,
Di lavor magari non famosi, i quali
Strozzano il fiato ne la gola e il nome.
È gran tempo, che il cor mi rode questa
Ulcera sorda. Ippocrate non vide
Di peggior malattia più crudi effetti.
O gran medico greco, a gli aforismi
Tuoi questi aggiungi; esperienza il detta:
Pallido viso, occhi affossati, corpo
Inaridito, secche guance, sonno
Interrotto, leggiero, interno crollo
Di offesi nervi, negligente obblio
Di dir quanto si sa, narrarlo a caso,
E temer di dar noia a cui si parla;
Andar da statua, tener chini gli occhi,
Fuggir cerchi di genti; a chi domanda
Più rispondere a cenni, che a parole;
Morder gli altrui costumi, e de la sorte
Spesso lagnarsi, segni son che langue
Fra l'ugne di librai spirto non vile.