Se mai vedesti in limpid'acqua un pesce Trascorrere, guizzar, girarsi intorno Velocemente, colto indi a la rete, Contrastando balzar, e steso alfine,
Agonizzare e boccheggiar sul lido: Credi, o Vitturi, somigliante ad esso Fatto è l'ingegno mio. Libero un tempo, Vivace, giubilendo, aperto mare
Lievemente scorrea: fortuna tutto Di rete il cinse; dibattendo ei fece Lunga battaglia per fuggir servaggio: Non giovò; giace, e a poco a poco manca
Vigor di vita, onde si stende, e pere Spossato e vinto su l'asciutta arena. Misero me! di non ignota stirpe Nacqui, e d'amici e servi era il mio albergo
Ricovero una volta; io ne' primi anni Speranza avea di fortunata vita. In dolce ozio fra' libri i dì passai E gli anni più fioriti; allor credea
Dar cultura allo spirto, e a tal guidarlo, Che di vergogna al mio nascer non fosse. Questa sì bella e sì dolce speranza Sfiorì del tutto. Fra' miei pochi beni
Sol uno è quel che a me pace promette E ricchezza sicura. Io di te parlo, Rigido sasso, in cui scolpito è il nome Infelice de' miei; te sol rimiro
Con fiso sguardo, e desioso piango Che per me tu non t'apri. Oh padre, oh padre! Qui ten giaci quieto, e non soccorri Il desolato figlio, e non lo vedi
Com'ei si affligge e si martira? O braccia Paterne; a me v'aprite e mi accogliete Alfin tra voi, ché tal quiete è a tempo. Qual durezza di vita! Ov'è chi ciancia
Che sì fragile e breve è il viver nostro? Poco non dura, se fra tanti mali Ostinato si serba; e non so come Alma possa stanziar, dove la strazii
Chiovo, spina, tanaglia e orribil fiamma. Mecenato da Dio dato a l'etade Nostra, che più dirò? perché narrarti Che questa penna e l'intelletto mio,
Liberi nati, più volar non ponno Dove gl'invita naturale affetto? Non è picciolo male ad oncia ad oncia Metter l'alme in bilance, ed il cervello
Vendere a dramme; e peggior male è ancora, Ch'a minor prezzo l'anima e il cervello Vendansi, che di bue carne o di ciacco. Oh mio dolore! oh mia vergogna eterna!
Pur, poich'altro sperar più non mi lice, Almen potessi non indegna e alquanto Men oscura opra far, che tragger carte Dal gallico idioma, o ignote o vili,
A la lingua d'Italia. Ho la testura Di grand'opra intrapresa. In quanti lati Scorre eloquenza io dimostrar volea, Volgarizzando ben eletti esempi
Di Latini o di Greci. Anzi una parte Ho de l'opra condotta. A cui non sono Palesi i casi miei, par ch'io l'indugi Oltre il dover; e tu medesmo forse
Infingardo mi chiami, e tal mi credi. Ahi! si discopra il vero. Io paziente Giobbe, tal nome sofferii molt'anni, Pure tacendo altrui che in vili carte
E in ignote scritture io m'affatico Con sudor cotidiano; e già son pieni I banchi de' librai di mille e mille Fogli di carte, ammassamento enorme
Di mia mano apprestato a i men gentili Popolari intelletti; e perciò tardo Sembro a' migliori che lo ver non sanno. Ma che far posso? Rondine che al nido
E a' rondinini suoi portar dee cibo, Non può per l'aria spaziare invano O dov'essa desia: però che intanto Le bocche vòte de' figliuoli suoi,
Dopo molto gridare e ingoiar vento, Sarebber chiuse, e in sepoltura il nido Si cambierebbe a' non possenti corpi.
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