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1798–1837

CLXXIII – Gozzi

Giacomo Leopardi

Sorgi, a l'erta, o Seghezzi; a te discopre Febo ambo i gioghi. O gufi, o uccei di notte, Le pendici radete; a voi sì alto Volar non dassi: eccovi tronche l'ale;

Egli le spieghi, e su e su s'innalzi. In qual nido vestì piume sì forti Cotanto augello?... Di figura usciamo: Scrivasi aperto. Solitario visse,

Non infingardo: piccioletta stanza Che pensier non isvia, poco ed eletto Numero di scrittori, una lucerna Nel buio de la notte, un finestrino

Che lo illumina il dì, penna ed inchiostro, Anima negli studi, a lui sono ale. O poeti godenti, le gentili Mammelle de le Muse hanno a dispetto

Bocca piena di cibo, e che si spicchi Allor dal fiasco. O le pudiche suore Seguite, o il vostro ventre: or l'uno, or l'altro Seguir non dà dottrina. Alle fatiche

Amica è poesia: Di là sen fugge Dove si dorme, e Dio fassi del corpo. Veggo mille quaderni: è chi mi spiega Lunghe canzoni; con vocina molle

Altri legge sonetti, e posa il fiato Or su l'unquanco, or su le man di neve. Ma che vuol dir, che mentr'ei legge, il sonno M'aggrava gli occhi, e cade il mento al petto,

E se voglio lodar, parlo e sbadiglio? Oh ciechi! quel che voi con sonnacchiosa Mente scriveste, in me sonno produce. Così non detta quest'ornato ingegno:

Veglia scrivendo, ed io veglio s'ei legge. Se tu, che scrittor sei, fuggi il lavoro, E ti basta imbrattar di righe i fogli, Perché presumi di tenermi a bada

Con la tua negligenza e con gl'imbratti? Veggo la noia in te, m'annoio teco. Non uscir di tua stanza; ivi ti leva Di là dove scrivesti, e come chioccia,

Schiamazza, croccia, e su e giù rileggi, Passeggiando contento, a le muraglie, Con qual voce più vuoi, l'opra tua fresca. Me lascia in pace: senza le tue carte

Io viver posso: se tu vuoi ch'io ascolti, Allettami, ammaestrami, e mi vesti L'amo di dolce e di gradito cibo. Ho natura felice; in poco d'ora

Detto quanto la man corre sul foglio. Biasmo la tua natura, ché sì spesso Mi travagli gli orecchi. In prima, taglia Una parte de' versi. Io paziente

Sono a la vena, tua, quando congiunta Sarà con l'arte. La feconda vena, Troppo produce: l'arte sola, è madre. Rompe il coperchio ogni soperchio. Sciogli

D'ogni freno il destrier; corre pe' campi A lanci, a salti, e nulla non avanza. Stringi troppo sua bocca; esso è restio. Tieni nel mezzo.

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