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1798–1837

CLXXII – Gozzi

Giacomo Leopardi

Pensoso in vista, come soglio, e dentro Senza pensier, n'andava non ier l'altro Per la via de le merci. A passo a passo, Dotto moderno, i' rivolgeva il guardo

Spesso a' librai, di qua, di là leggendo Frontispizi di libri, e or questo, or quello Comprando in fantasia. Come saetta Che fere e passa, sento d'armi d'urto

Ne l'omero sinistro, e passar oltre. Veggo... ma chi? dirò femmina, o maschio? Dical chi legge. Un personcino veggio In su la gamba, in mantellin di seta

Terso come cristallo: il capolino Non ha torto un capel, ché man maestra A compasso ed a squadra la divina Pilosa cresta ha con tal arte acconcia,

Che infiniti capei sembran d'un pezzo. Sotto al mantello che svolazza, a sorte Scopro un gheron del suo vestito. Oh Frine, Quando mettesti al corpicino intorno

Colori a un tempo sì diversi e vivi? Vuoi saper come va? passini industri E frettolosi, corpo intero, a vite Il collo; duro si rivolge, e guata

Con la coda de' l'occhio, ed una striscia Lascia indietro d'odor, come canestro Di giardiniero, o profumiera ardente, Cui fanticella in altra stanza apporti.

Dissi allora fra me: donde vien questo Coppier di Giove? mille oggi ne veggo, Ma non sì lisci. Ecco il modello: questi È semente di tutti. Aguzza, aguzza,

Minerva, l'occhio mio. Dietro gli trotto: Vo' studiar quai pensieri han quelle teste, Ed in che giovinezza oggi s'impieghi. Entra in una bottega: in essa miro

Morsi di ferro da frenar mascelle A focoso destrier; veggo pennacchi Di due colori, da ingrandir l'onore De la fronte a Bucefalo, e di staffe

Di rilucente ferro e giallo ottone Parecchi paia; e fra me dico: vedi Falso giudizio ch'io facea di lui! D'animoso destrier premere il dorso

Forse ei vorrà: cavallereschi arredi Ecco egli acquista. Intanto, o bottegaio, Dic'egli, fuor le scatole e le carte De le spille fiamminghe, e fuori tosto

Forchettine tedesche. Ecco le merci: Spiegansi carte: egli le mira; elegge, Fino conoscitor; cava la borsa: Io noto. Mentre novera i contanti,

Giunge amico novello, che passeggia Anch'ei come cutrettola, e su l'anca Or destra ed or sinistra il corpo appoggia Leggiadramente. Oh bella gioia, ei grida,

Conosco i segni di novella fiamma: Forchette e spille! Servitor di dama Tu se' novello. Il primo ghigna, e nega Con un risino, qual chi nega il vero.

Che! ti vergogni? Ha già tre volte corso La luna il ciel, che servitor son fatto Anch'io di donna. Vuoi vederlo? E tragge Da la saccoccia un lucido specchietto,

Inverniciato un bossolo, ove chiude Polver di Cipri, un aureo scatolino Di nei ripieno, un pettine pulito Di bianco avorio, un vasellin di puro

Cristal con acqua, onde arrecar ristoro, Se mal odore il dilicato naso Offende, o se de' nervi occulto tremito Fa la dama svenir. Fra mio cor dico:

Oh beati d'amor servi cambiati In pettiniere, in cassettine e bolge! Trotta, sesso più nobile e maschile, Come asinel che sul mercato porti

Forbici, cordelline, agucchie e nastri Di qua, di là su gl'incalliti fianchi, E del rigido legno alle percosse Desti l'anche, e le natiche alla voce

Del severo padrone incurvi e affretti. Non aspettar che la tua dama chiegga Con domestica voce: a cenni impera. Tu dunque apprendi, interprete novello,

A far comento a' femminili cenni. Spilla vuol? Tragge fuor due dita, in punta L'indice e il vicin grosso, allunga il braccio; E se neo le abbisogna, a te con l'occhio

Si volge, e il dito al pollice dappresso Mette a la lingua, e molle a te lo stende. Se il chiuso loco e la soverchia gente Riscalda l'aria, scioglie un nodo al petto,

E con l'omero accenna: accorri tosto, Levale il mantellino; e gliel rimetti Se le spalle ti volta, e a' fianchi appoggia I gombiti, e le man dirizza al collo.

Se non l'intendi, vedrai tosto un lampo De l'accese pupille, e un tuono udrai D'amara lingua, e subita tempesta Di capo d'oca, di babbione e tronco.

Sì fra me dissi, e fuor ne venni, e lieti Di lor fortuna ivi lasciai gli amanti.

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