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1798–1837

CLXXI – Gozzi

Giacomo Leopardi

Oh Diogene saggio, a cui di casa Servia la botte, e d'uno in altro borgo Potei cambiarla e voltolarla sempre! Che facciam, folli! ogni dì fermi? Ognuno

Sa dove io albergo; e da le prime strida Del gallo, insino a l'imbrunir del giorno, L'uscio martella. Chi è là? da l'alto Suona: eh, son io; di fuori. Ed ora la fune,

Ora i serrami, e i gangheri, e le porte, Per aprir, per serrar, fanno rimbombo. Donde faccende così gravi, e tanta Fretta han le genti? O miseri, s'apprese

A le case la fiamma? O di soccorso Altro v'è d'uopo? Ho umano petto, e sento Pietà d'umani casi. Uno o due inchini Son le faccende; le oziose lacche

Ripiegar su i sedili; e tirar voce Fuor de' polmoni, e non dir nulla; e dire: Che abbiam di nuovo? Oh sollion molesto! Oh bollor di stagione! A te che sembra?

Quando con larga mano amico cielo Innaffierà gli aridi campi? e quando Cesserà caldo, e tornerà frescura? Stringomi allora ne le spalle, e taccio,

Strologo indotto. Oh com'è caro il cibo! Ah fortunati nostri antichi! allora Meglio era comperar beccacce o starne, Che gallina oggidì. Le sporte vote

Vagliono un occhio: e noi peggior nimico Non abbiam oggi de' nemici denti. Tu che ne dici? Io compero non molto Quando molto non posso; e il ricco piatto

Volentier cambio nel più sano bue. Che dètti? Nulla. Io non lo credo, amico De le muse: tu dètti. Io giuro allora Che non dètto; e sbaglio, e fra me dico:

Chi ti tentò, folle Prometeo, a farne Razza di ciance? io mi rallegro quando So che su l'alta rupe il padre Giove Manda l'uccel che il fegato ti rode.

Ma i periti mortali, che ogni cosa Concian co' nomi, hanno sì fatta noia Onoranza chiamata, ufficio e norma D'amicizia, d'amor, di cortesia:

Dilicate stoltezze. A che, se io dormo, Co' salutimi svegli? a che, s'io scrivo Ne la mia stanza il Galateo ti manda, Perché m'empia il cervel di frasche e vento?

Io son tuo amico. Anzi tuo amico sei: Ché quando noncuranza, ed ozio grave Su l'anima ti pesa, ed a te incresci, Vieni al mio albergo, e ricrear te stesso

Cerchi, non l'util mio. Siedi: parliamo. Come va, poetino? Ah, gli aspri nembi Nel paterno terren grandine dura Han riversata: furioso vento

Mi guastò le campagne: enfiato il fiume L'erbe, gli alberi e i buoi seco mi tragge. Odi la tua risposta. Umani casi, Temporali correnti: or son due lustri

Che lo stesso m'avvenne. E mi dipingi Il passato tuo mal con tanta forza, Che movermi a pietà d'antichi danni E rifatte rovine oggi procuri.

Quando presente mal dentro mi cuoce, Non lamentanza di dolente amico, Ma fiaba ascolti: e se de' figli il peso Io ti narro, o le febbri, o de' litigi

L'eterna rete; hai somiglianti casi Da narrar del vicino, e mi conforti Con aglietti, con chiacchiere, con fumo. Quando Oreste trascorre per la scena,

Da le Furie cacciato, ed urla, e fugge Da l'orribile immagine materna, Che diresti se Pilade, pietoso De' mali suoi, per confortarlo allora

Gli presentasse o passera o civetta Per passar tempo, ed uccellare al bosco? Tu rideresti: ed io rido, che sento Quanto ad ognun son le sentenze in bocca

De l'amicizia. Chi trovò l'amico, Trovò il tesoro; e se in bilancia metti L'oro e l'argento, più l'amico pesa. Ben è ver; ma nol trovi. Odo parole

Gravi, ma il cor è vòto. Commedianti, Diciam la parte; e monimenti ed arche Mostriam, belli epitaffi, e nulla è dentro.

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