Skip to content
1798–1837

CLXVIII – Gozzi

Giacomo Leopardi

Quando leggiam che l'inclite ventraie De gli Atridi e del figlio di Peleo Ingoiavan di buoi terghi arrostiti; Oh antica rozzezza! esclamiam tosto,

Saporiti bocchini, e stomacuzzi Di molli cenci e di non nata carta. Ma perché ammiriam poi, che il seno opponga De lo Scamandro burrascoso a' flutti

L'instancabile Achille, e portin aste Sì smisurate i capitani greci? Non consumava ancor muscoli e nervi Uso di morbidezze. Erano in pregio,

Non membroline di zerbini inerti, Ma petto immenso, muscoloso e saldo Pesce di braccio, e formidabil lombo. A' gran mariti s'offerian le nozze

Non di locuste ognor cresciute a stento In guaine d'imbusti: era bel corpo L'intero corpo; ed Imeneo guidava A i forti sposi, non balene o stringhe,

Ma sostanze di vita: e i bene scossi Congiungimenti avean prole robusta; Nasceano Achilli; ed i trastulli primi De le mani sfasciate eran le folte

De' Chironi maestri ispide barbe. Crescean sudando; e l'anime di petti Abitatrici stagionati ed ampli, Erano anch'esse onnipossenti e grandi.

Barbari tempi: in zazzerin risponde Medoro, che intestine ha di bambagia, Vivo non vivo, e d'un bel ghigno adorna La pellicina de le argute labbra.

Chi seguirebbe in questo secol saggio Rusticitadi di silvestre vita? Scese dal cielo a rischiarar gl'ingegni Florida Voluttade, e da l'Olimpo

D'Epicuro ne gli orti i grati bulbi Piantò di nuovi fortunati fiori. Per lei siam salvi. Abbiansi laude e nome D'asta e di lotta i secoli remoti;

Io del far buona pelle, e del riposo. Così detto, sonnecchia. Odi, Medoro, Lendin dappoco: questa tua sì bella E discesa dal cielo Voluttade,

Non la conosci: non è dea che voglia Molli effimminatezze ed ozio eterno. Come più giova cristallina tazza Piena del sagro dono di Lieo,

Che brilli e spumi, se il palato in prima Punse l'arida sete; e vie più grata In gargarozzo affamato entra vivanda; Così miglior dietro a' pensieri e a l'opre

Vien Voluttade. A noi'olimpio Giove Mandò prima Fatica; e dietro a lei L'altra poscia ne vien, ma zoppa e tarda, A terger fronti, a confortare ambasce.

Né vien, né dura, se non dove il sodo Zappator volta la difficil terra, E messi coglie; ove l'immenso mare, Senza soffio temer di Borea o d'Austro,

Solca il nocchiero, e mercatante industre Con util laccio nazioni annoda; E in fin dove ogni stirpe, alta ed umile, L'ingegno adopri e le robuste braccia.

Pensier comune, universal fatica Vuole, ed invito, per venir fra noi, Da tutte l'alme; ed al romor de l'arti Scende la Diva, od il suo carro arresta,

Di popoli ristoro. Essa le ciglia Però sdegnata e dispettosa aggrotta Contro a chi fatto è sol peso di letti O di sedili, e fra gli altrui lavori

Uso faccia di ciance o di quiete. Né solo ha cruccio: nel gastiga. Come? Vuoi tu saperlo? Di suo bel sembiante Veste la Noia. Una donzella è questa,

Che chimerizza, e immagina diletti, Né mai li trova; un'invisibil peste, Che là dov'entra, fa prostender braccia, Sbadigliar bocche; ed a volere a un tempo

Cupidamente e a disvoler sospinge. Questa or vien teco, e Voluttà ti sembra; Che in tue brame soffiando, le travolve, Qual di state talora in mezzo a l'aia

Vento fa pula circuir e foglie. Dimmi: se fai sì dilettosa vita, Perché rizzi gli orecchi, e mille volte De lo scocco de l'ore al servo chiedi,

Infastidito, e di tardanza incolpi Or il carro del sole, or de la notte? E perché spesso: oh voi beate, esclami, Teste di plebe! se s'aggira Cecco

Citarizzando, o va cantando Bimbo In zucca per le vie, cencioso e scalzo? A te stesso noioso, in te non trovi Di che appagarti: t'accompagnan sempre

Torpor, languore, e là dove apparisci, Sei tedio, hai tedio: Voluttà ne ride.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CLXVIII – Gozzi · Giacomo Leopardi · Poetry Cove