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1798–1837

CLXVII – Gozzi

Giacomo Leopardi

Se di profondo pozzo alcun vedessi Tirar su l'acqua, e per l'imbuto l'acqua Versare in vase sforacchiato e fesso; Non rideresti, o Mei? non gli diresti:

Lascia, o meschino: quanto tu di sopra Versi ostinato, tanto esce di sotto? Sciocco lavoro! giù nel buio inferno Sia di Danao a le figlie eterna pena.

Ma perché poi, rivolto a me, pur chiedi Ch'io m'affatichi; e l'infingarda mente Svegliar procuri dal suo cupo sonno; E d'Epicuro e Metrodoro gli orti

Sì mi rinfacci? Io dopo mille e mille Perduti stenti, alfin m'adagio e dormo. Chi vede a vòto andare ogni speranza, Disperi, e cerchi in sé la sua quiete.

Poscia ch'io sì fermai nel cor, la vita M'è dolce sogno, e sogno è quant'io veggo. I' solea d'ogni mio caso avverso Grave doglia sentir; vedea da lunge,

O vederli volea, travagli e affanni: Fra pensieri e ripari, era la vita Sempre in burrasca; e mai non vedea porto. Le cortine or calai; d'intorno a gli occhi,

Di mezzogiorno, di mia man m'ho fatto Buio, tenebre e notte; e quanto veggio Venirmi avanti, è apparimenti ed ombre. Or, avvenga che vuol, dormendo dico:

Ecco il sogno novello. Ho detto, e passa. Se l'immaginativa a noi dipinge Il fiorito giardin, l'ombrosa selva, Lo sfuggevole rivolo per l'erba,

Larga mensa, miniera, o scena lieta; Godiam del sogno: e se da monti il nembo Vola, e scoppia la folgore, o cometa Sopra ne striscia con l'ardente coda;

Non durerà la visione acerba. Sì fatta è la mia vita. Ah, ne' primi anni M'ingannò 'l pedagogo. Odimi, o figlio, Dicea: studia, t'affanna e t'affatica:

Util opra farai. Chiaro intelletto A cui lanterna è la dottrina, molto Vede ed acquista: esso è onorato, e in breve Quanto brama possiede. Era menzogna:

Ma qual colpa n'ebb'io? l'età fu quella Che a garrula vecchia, a lato al foco De le Fate credea le meraviglie, E che de le trinciate melarance

Uscisser le donzelle.

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