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1798–1837

CLXVI – Passeroni

Giacomo Leopardi

Oggi non si addottora alcun, che prima La sua dottrina in versi non si canti; Senza esser messo da più d'uno in rima, Oggi non si marita un par d'amanti;

Senza sonetti sotto questo clima Non fassi officio a le anime purganti; E monaca non fassi una ragazza, Se in versi da più d'un non si strapazza.

Chi vergine, chi martire l'appella; Chi dice che non sa quel che si faccia; Chi dice ch'essa ha spento la facella A Cupido, che torvo la minaccia:

Altri, quantunque non sia punto bella, Lodano in versi la sua brutta faccia: Chiaman nere le chiome, che son rosse, E ne sballan pur anche de le grosse.

Vuol versi, quando veste irsute lane Una fanciulla, e quando si professa E fa sonare a doppio le campane; E vuol versi quan'è madre badessa:

Vuol versi quando muore un gatto, o un cane; Vuol versi un prete quando dice messa: Voglion versi da noi le cantatrici, I consanguinei, gli esterni, gli amici.

O, per dir meglio, sono così stolti Oggi i poeti e tanto poveretti (Non dico tutti, ma ve ne son molti), Che sopra magri, sterili soggetti,

Compongon mille e mille versi sciolti, Fan canzoni, capitoli e sonetti: E tutto quel che a' nostri dì succede, Lodato in versi subito si vede.

Se nasce un figlio a qualche gran signore, Non v'è di lodi al mondo carestia: Tutto Parnaso mettesi a romore Per uno il qual non sàssi ancor chi sia:

Si profetizza che sarà dottore, Che saprà varie lingue, e in poesia Sarà un nuovo Petrarca, un nuovo Dante, Chi poi per sua disgrazia è un ignorante.

Se prende moglie un ricco cavaliere, Un Orlando, un Achille, un nuopvo Aiace, Fan nascere i poeti; e aste e bandiere Vedono tolte al già tremante Trace:

Additan di nepoti immense schiere; L'un sarà chiaro in guerra e l'altro in pace: E faran gli uni e gli altri in pace e in guerra Cose che star non puon né in ciel né in terra.

Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso, E fioriranno in te virtù novelle, Gridano i vati, e vendono de l'orso, Prima che preso l'abbiano, la pelle;

E portano, di penne armato il dorso, I nascituri eroi fino a le stelle: E spesso accade poi, come Dio vuole, Che muoiono gli sposi senza prole.

E voi, poeti, avrete ancor coraggio Di dir che penetrate entro il futuro; Di dir che in voi scende un celeste raggio, Che vi rischiara ciò che a gli altri è oscuro;

Che parlate in profetico linguaggio, E che un Dio rende il vostro dir securo? Affè, se debbo anch'io far da indovino, Credo che questo Dio sia il Dio del vino.

Il vino è quello, io non fo cerimonie, Che vi fa dir, quando vi dà a la testa, Tante bestialità, tante fandonie Da raccontarsi a vegghia in dì di festa:

Non son, compagni miei, le ninfe Aonie; Non è Febo che il suo favor v'appresta: In voi produce assai miglior effetto, Che l'onda di Aganippe, il vino pretto.

Dovreste essere omai disingannati, E non dovreste dir più tante insanie: Lasciar dovreste omai l'orror de' fati, Le vie de' venti, e altre parole stranie;

E 'l pegaseo cavallo, e i cento alati Destrier, su cui fate cotante smanie: Ma chi d'altro caval non si provede, Faccia pur conto d'andar sempre a piede.

Voi su questo destrier v'alzate a volo, O, a meglio dir, d'alzarvi voi sognate: E a un batter d'occhio l'uno e l'altro polo, Senza patir vertigini, varcate;

E or mille auree venture a un fiato solo, Or mille mali ci profetizzate: Ma crede a' falsi astrologhi e profeti, Chi crede a' vaticini de' poeti.

Povero papa, egli starebbe fresco, Se 'l loro profetar non fosse vano: Non fassi un cardinale, o sia tedesco, O francese, o spagnuolo, o italiano,

O sia prete, o de l'ordine fratesco, Che non abbia a sedere in Vaticano: Almen più d'un poeta se la incapa, Sebben più vecchio è il cardinal del papa.

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