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1798–1837

CLXIX – Gozzi

Giacomo Leopardi

De le balie i capezzoli le vite Stillano ancora, è ver; ma in un con esse Indole di lascivie e di mollezze Ne' novellini piccioletti infanti.

Né divezzati da le poppe, scole Trovano più corrette. Ecco il paterno Ed il materno amor che gli accarezza; Ma sol per passo, ché di più non puote:

Tronca lor tenerezze un mare, un mondo D'importanti faccende. Colà danza Il tanto a lungo desiato Picche, Commentator con gli atti e colle gambe

D'antiche storie di Romani e Greci. Qua atavola si mette; e la condisce Cucinier nuovo, che i più rari punti Tutti sa de la gola. Ivi la veglia,

Di qua la danza, o l'assemblea gli attende Del gioco. Andar si dee; conviensi a forza Squartar le notti in particelle e i giorni, Senza speranza d'aver posa mai.

E ben si pare la fatica a' visi Di pallor tinti, e a l'ossa onde s'informa La grinza, asciutta e scolorita pelle. Fra sì gravi importanze, a gli scommessi

Padri e a le madri colle membra infrante, Qual più tempo rimane e qual quiete Per darsi cura de gli amati germi? Col cagnuolin, col bertuccin, col merlo,

S'accomodano a' servi: lor custodi Sono un tempo le fanti; indi i famigli, Malcreati, idioti, e spesso brutti D'ogni magagna, e d'ogni vizio infami.

Questi le prime, questi son le prime Lanterne che fan lume a' primi passi De le vite novelle, e i mastri sono Scelti a fondar de le città più chiare

Gli aspettati puntelli e i baloardi. Chiamansi allor di Sofronisco il figlio, E provi s'egli può scuoter da tali Cresciuti allievi l'incrostata muffa.

Quanto n'hai voglia, o Socrate, ti sfiata, Predica, scrivi, l'onorato esalta De gli studi sudor: predichi a' porri. È già il vaso inzuppato, e son le pieghe

Prese così, che più giovar non puote Del Ferracina o d'Archimede ingegno.

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