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1798–1837

CLX – Passeroni

Giacomo Leopardi

Quasi ogni donna oggi vuole il suo cane, E lo vuol di Parigi, o di Bologna, O di Malta, o d'altre isole lontane; E molte n'han tgre, o quattro, se bisogna;

E taluna di lor che non ha pane, Non ha pan da mangiar, non si vergogna Di far patir la fame a' figliuolini, Per mantenere il cane a biscottini.

Quelle poi che non hanno carestia De' beni di fortuna, un poverello Potrebber mantenere, e sal mi sia, Comodamente, ed anche due, con quello

Che spendono ne' cani: e in fede mia, È cosa da far perdere il cervello Il veder tanti ignudi e mal pasciuti, E tanti cani così ben tenuti.

Fareste meglio a spendere pe' vostri Figli, o in qualch'altra cosa più importante Quel che spendete, o donne, a' giorni nostri In bestie, che in fin d'anno è un bel contante:

Fareste meglio, senza ch'io vel mostri, A risparmiar, se il ciel vi faccia sante, Quel che gettate via senza giudizio, Ch'un giorno forse vi farà servizio.

Se talora voi fate orazioe, Avete in braccio il vostro cagnolino, Il qual vi rompe la divozione, E la rompe sovente anche al vicino:

Se ascoltate una messa, od un sermone, Badar solete al cane ogni tantino, E disattente scorgovi a le note, Arrossisco per voi, del sacerdote.

Non v'osate né meno inginocchiare, Quando l'avemmaria voi recitate: E talvolta per non incomodare Il can che russa, voi non vi segnate:

E fate cose tali, che mi pare Che col Petrarca dir voi pur possiate: Questo m'ha fatto men amare Iddio, Ch'io non doveva, e me porre in obblio.

Piovonvi amare lagrime dal volto, Donne, e vi veggio colle guance smorte, Le vostre smanie e le querele ascolto, E del ciel vi dolete e della morte:

Ah forse un figlio, o il genitor v'ha tolto? O forse v'ha rapito il buon consorte? Io mi vergogno a dire la cagione Di questa vostra desolazione;

Io mi vergogno a dir perché piangete, E siete quasi dal dolore insane; Ma 'l dirò pur: voi, donne, vi dolete Per la morte d'un vostro amato cane:

E pure il lume di ragione avete, Almen suppongo, e siete pur cristiane, E siete donne di qualche saviezza: Chi crederebbe in voi tal debolezza?

Voi che la morte di più d'un amico, E forse forse di più d'un parente Avete intesa, ed io so quel che dico, O donne, ad occhi asciutti, o veramente

Avete pianto un po' per uso antico; Ma breve fu quel pianto ed apparente, Or per un cane fate tante smanie, Tanti lamenti ed altre cose stranie.

Voi senza il cane non sapete stare Un giorno, e i mesi con allegra faccia State senza il marito: e non mi pare Che questa cosa troppo onor vi faccia.

Ma tra marito e moglie io non vo' entrare, Ché non è cosa che mi si confaccia; Né voglio far l'ufficio del demonio, Mettendo man nel santo matrimonio.

Voi de l'amato vostro cagnuolino V'accomodate ad ogni impertinenza, E discacciate un povero bambino Senza cagion da la vostra presenza:

Volete il cane sempre aver vicino, Co' figli non ci avete pazienza; E lasciate di lor la cura altrui, Fidandovi, Dio sa, donne, di cui.

E mi sovviene appunto d'un bel detto D'Augusto ad una donna che tenea Adagiato sul grembo un cagnoletto, Al qual vezzi e carezze ella facea:

Le chiese Augusto, se alcun pargoletto O alcuna figlia in casa non avea; E ad una tal domanda inaspettata, Quella donna restò mortificata.

Ben s'accorse costei che con modestia Riprender la voleva quel regnante, Perché più cura avea d'una vil bestia E più diletto che d'un proprio infante.

A le donne io non vo' dar più molestia; Ma dico ben che vi son tante e tante Femmine in questo secolo corrotto, Cui potria farsi un simile rimbrotto.

Le quali son talvolta disumane Col loro sangue, o almen son indolenti, E per un cane, ch'è poi sempre un cane, S'angustiano e si dan mille tormenti:

Si cavano per lui di bocca il pane, E caveriansi, sto per dire, i denti: Lo voglion seco fin nel letto, e spesso Mangian col cane ad un piattello stesso.

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