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1798–1837

CLVII – Parini

Giacomo Leopardi

Lascia, mia Silvia ingenua, Lascia cotanto orrore A l'altre belle stupide E di mente e di core.

Ahi, da lontana origine, Che occultamente nuoce, Anche la molle giovine Può divenir feroce.

Sai de le donne esimie Onde si chiara ottenne Gloria l'antico Tevere, Silvia, sai tu che avvenne?

Poi che la spola, e il frigio Ago, e gli studi cari Mal si recaro a tedio, E i pudibondi lari,

E con baldanza improvida, Contro a gli esempi primi, Ad ammirar convennero I saltatori e i mimi;

Pria tolleraron facili I nomi di Tereo, E de la maga colchica, E del nefario Atreo;

Ambito poi spettacolo A i loro immoti cigli Fur ne le orrende favole I trucidati figli.

Onde perversa l'indole, E fatto il cor più fiero, Del finto duol già sazio, Corse sfrenato al vero.

E là dove di Libia Le belve, in guerra oscena, Empiean d'urli e di fremito E di sangue l'arena,

Potè a l'alte patrizie, Come a la plebe oscura, Giocoso dar solletico La soffrente natura.

Che più? baccanti, e cupide Di più nefando aspetto, Sol da l'uman pericolo Acuto ebber diletto:

E da i gradi e da i circoli, Co' moti e con le voci Di già maschili, applausero A i duellanti atroci;

Creando a sé delizia E de le membra sparte, E de gli estremi aneliti, E del morir con arte.

Copri, mia Silvia ingenua, Copri le luci, ed odi Come tutti passarono Licenziose i modi.

Il gladiator, terribile Nel guardo e nel sembiante, Spesso fra i chiusi talami Fu ricercato amante.

Così, poi che da gli animi Ogni pudor disciolse, Vigor da la libidine La crudeltà raccolse:

Indi a i veleni taciti Si preparò la mano, Indi le madri ardirono, Di concepire invano

Tal da lene principio In fatali rovine Cadde l'onor, la gloria De le donne latine.

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