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1798–1837

CLV – Parini

Giacomo Leopardi

Quando Orion, dal cielo Declinando, imperversa, E pioggia e nevi e gelo Sopra la terra ottenebrata versa;

Me spinto ne la iniqua Stagione, infermo il piede, Tra il fango e tra l'obliqua Furia de' carri la città gir vede;

E, per avverso sasso Mal fra gli altri sorgente, O per lubrico passo, Lungo il cammino stramazzar sovente.

Ride il fanciullo, e gli occhi Tosto gonfia commosso, Che il cubito o i ginocchi Me scorge, o il mento, dal cader percosso.

Altri accorre; e, oh infelice, E di men crudo fato Degno vate! mi dice; E seguendo il parlar, cinge il mio lato

Con la pietosa mano, E di terra mi toglie; E il cappel lordo, e il vano Baston, dispersi ne la via, raccoglie.

Te, ricca di comune Censo, la patria loda; Te sublime, te immune Cigno da tempo che il tuo nome roda,

Chiama gridando intorno; E te molesta incita Di poner fine al Giorno, Per cui cercato a lo stranier ti addita:

Ed ecco, il debil fianco Per anni e per natura, Vai nel suolo pur anco Fra il danno strascinando e la paura:

Né il sì lodato verso Vile cocchio ti appresta, Che te salvi a traverso De' trivi dal furor de la tempesta.

Sdegnosa anima, prendi, Prendi novo consiglio; Se già il canuto intendi Capo sottrarre a più fatal periglio.

Congiunti tu non hai, Non amiche, non ville, Che te far possan mai Ne l'urna del favor preporre a mille.

Dunque per l'erte scale Arrampica qual puoi, E fra gli atrii e le sale Ogni giorno ulular de' pianti tuoi.

O non cessar di porte Fra lo stuol de' clienti, Abbracciando le porte De gl'imi che comandano a i potenti;

E lor mercè, penetra Ne' recessi de' grandi; E sopra la lor tetra Noia gli scherzi e le novelle spandi.

O, se tu sai, più astuto, I cupi sentier trova Colà dove nel muto Aere il destin de' popoli si cova;

E fingendo nova esca Al pubblico guadagno, L'onda sommovi, e pesca Insidioso nel turbato stagno.

Ma chi giammai potria Guarir tua mente illusa, O trar per altra via Te ostinato amator de la tua musa?

Lasciala: o, pari a vile Mima, il pudore insulti, Dilettando scurrile I bassi geni dietro al fasto occulti.

Mia bile alfin, costretta Già troppo, dal profondo Petto rompendo, getta Impetuosa gli argini; e rispondo:

Chi sei tu, che sostenti A me questo vetusto Pondo, e l'animo tenti Prostrarmi a terra? Umano sei; non giusto.

Buon cittadino, al segno Dove natura e i primi Casi ordinar, lo ingegno Guida così, che lui la patria estimi.

Quando poi d'età carco Il bisogno lo stringe, Chiede opportuno e parco, Con fronte liberal, che l'alma pinge.

E se i durti mortali A lui voltano il tergo, Ei si fa, contro a i mali, De la costanza sua scudo ed usbergo.

Né si abbassa per duolo, Né s'alza per orgoglio. Così dicendo, solo Lascio il mio appoggio, e bieco indi mi toglio.

Così, grato a i soccorsi, Ho il consiglio a dispetto: E privo di rimorsi, Con dubitante piè, torno al mio tetto.

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