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1798–1837

CLIII – Varano

Giacomo Leopardi

Io ferma son, poiché un avverso nume Coprì di crudo gelo e d'orror cieco Gafni, che al viver mio fu scorta e lume, Di serbargli la fè. Questa ebbe meco

Indivisa vivendo, e sia mio vanto Ch'ei l'abbia in Stige eternamente seco. Poi libertà mi è cara, e a l'ombre a canto Mio piacer solo è sceglier fior da fiore,

E innamorar i pinti augei col canto. Lingua che sdegna ragionar d'amore, Oh! sarà dolce inver, degna che mova I sassi ad ascoltarla, e gl'innamore.

Sarà dolce così, che se a la prova Meco verrai, queste mie nere chiome Adornerò d'una ghirlanda nova. Io pronta sono a gareggiar. Ma come

Saprem di chi più dolce il canto suona? Ecco un pastor. Chiamalo tu per nome. Qual da noi due più eletto stil risuona, Giudica tu, Dameta, e siedi al rezzo.

La lite è il canto, e il premio una corona. O bellissime ninfe, io sono avvezzo A giudicar de l'armonia dei carmi, E a voi giusta darò la lode e il prezzo.

Incominciate. Io qui m'assido a i marmi Che fan base alla dea. Le frondi e l'acque Ad ascoltarvi intente esser già parmi. Libertà pria d'amor ne l'alma nacque,

E fra' pastori crebbe e pastorelle Semplice e pura; e libertà mi piacque. Amor discese in noi da l'alte stelle: Ei sol regge quest'alma, e la consiglia,

E m'empie il cor d'immagini più belle. Clori ha biondi i capei, bionde le ciglia, E i languid'occhi del color del mare, E il roseo volto che a l'alba somiglia;

Ma perché nudre in sen le fiamme amare, Co' sospir tronchi e con le luci immote Spesso confusa infra le ninfe appare. Filli ha il volto seren, gravi le note,

E nel bel riso i neri occhi socchiude, E fa due solchi a le vermiglie gote; Ma perché dentro il core amor non chiude, Smarrita spesso fra le ninfe tace;

Ch'odian le ninfe le sue voglie crude. L'olmo a le viti, il muro a l'edra piace, A i muti pesci i cristallini umori, Ed al mio cor la libertà e la pace.

L'erbe piaccion a l'agne, a l'api i fiori, Le tepide rugiade al fiore e a l'erba, Ed al mio cor i languidetti amori. Io piglio, quando maggio i prati inerba,

Fra i vari grilli, quel che allarga e preme L'ali, e ne trae la melodia più acerba; Poi men vo fra i pastori, e coll'estreme Labbra tanti gli do baci, che alfine

Ognun d'invidia ene sospira e freme. Io piglio, quando il dì giunge al confine, Le lucciole ne' prati ampi ridotte, E, come gemme, le comparto al crine;

Poi fra l'ombre da' rai vivi interrotte Mi presento a i pastori, e ognun mi dice: Clori ha le stelle al crin come ha la Notte. Odi quel rosignuol su la pendice,

Che del visco, ove cadde, ancor si lagna, E in miserabil metro il canto elice. Odi quel calderin che l'accompagna, E il visco benedice, in cui s'avvenne,

Ch'ivi trovò la dolce sua compagna. Ier mi sognai che mille bianche penne Eranmi nate al dorso, e che dal polo Un venticel quaggiù rapido venne,

Che leve leve m'innalzò dal suolo; E udii de gli astri il suono, e vidi il giro. Oh amica libertade! oh dolce volo! Ier mi sognai che mi premean in giro

Tanti lacci di fior, che il core appena Potea pel gran calor sciorre un sospiro; E che per alleviar la mia catena Mi facea vento Amor battendo l'ali.

Oh amica servitude! oh dolce pena! Recò Pandora il vaso, onde a i mortali Nembo d'affanni eternamente piove, E Amore il primo uscì fra tanti mali.

Pur questo male ancor piacque a Giove, Che per amor del cielo, ov'ei soggiorna, Scese, e vestì forme terrene e nove. Tu d'amor canti, e sai che d'arco adorna

T'ode la casta Dea che ad Atteone Fe' per fallo minor nascer le corna. S'io d'amor canto, al mio cantar perdone La casta Dea che pose in Latmo il piede

Per vagheggiar l'amato Endimione. Verdi prati, alte selve, opaca sede De le Driadi care a i numi agresti, Chiare, fresche acque, voi fatemi fede,

Ch'io libera anteposi errar per questi Fioriti poggi, e in tacit'ozio ameni, A quante Amor tenere gioie appresti. Eterno Sol, che il giorno a noi rimeni,

Aer azzurro, amiche aure giulive, Nubi dipinte da i raggi sereni, Fatemi fede voi che il cor non vive Scevro d'affanni, e pace unqua non ave,

Se d'amor non ragiona, o pensa, o scrive. Soave geme tortora che pave, Soave il cigno che il suo fato molce; Ma il tuo bel canto, o Clori, è più soave.

È dolce il mele che ogni labbro addolce, Dolce raccolto appena il bianco latte; Ma il tuo bel canto, o Filli, è assai più dolce. Ninfe, a voi cede Orfeo, da cui fur tratte

A l'armonia le belve; e la siringa Pan vinto appende a l'odorose fratte. A voi cede il gran Dio ch'ebbe raminga Pastoral forma, e fe' presso ad Anfriso

Dolce sonar l'otrea rupe solinga. M'avea il bel canto sì da me diviso, Che innanzi l'ore al morir mio prescritte Esser credea nel fortunato Eliso.

Nessuna vinse, ed ambe siete invitte.

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