Io vidi Ritta fra i venti su l'opaco avello D'Amennira la forma, e a i segni fidi La riconobbi. Era il medesmo e vago
Volto che m'infiammò ne' patrii lidi; L'aria stessa e il color: non avea pago, Né mesto, ma tranquillo il viso grave, E maggior de l'antica era l'immago.
La mente, che le larve oscure pave, Dal leggiadro sentì spettro diffusa Maravigliosa in sé luce soave; E da la piena calma al core infusa
Argomentò che quella fosse un'alma O dal ciel scesa, o in pace a viver usa. Fiso io guardava l'impalpabil salma, Ch'ove avvien che il vel doppio in se trabocchi,
Stretta avea l'una insieme a l'altra palma; E a l'alto i lumi da pietà sì tocchi Volgea, che mai lassù non furo affissi Né più amorosi, né più amabil'occhi.
tacendo essa, io pur tacqui, o non ardissi, O me rendesse muto il mio stupore. Confuso alfin ruppi il silenzio, e dissi: O mia misera speme e mio dolore,
Fra le spolpate nel funesto seggio Ossa tue carche di cotanto orrore, Amennira, ed è ver ch'io ti riveggio? O pur fra i sogni e i simulacri vani
Del mio turbato immaginar ondeggio? Da quali ignoti spazi, e alberghi arcani De gli astri, o de gli abissi a me tu vieni Tratta di Morte dalle ferree mani?
Ma da qualunque a me sede ti meni Sì amico volo, ah! tu soave spiri Grazia, e fra il lutto ancor mi rassereni. Io già credei che i caldi miei desiri
Dal volto tuo per lunga via divisi Nulla più dasser esca a i miei sospiri; Ché interrogai del cor quegl'indivisi Dal dolce palpitar moti, che furo
Vive poi fiamme, ove a penar lo misi; Né in lui conobbi de l'antico e duro Suo nodo orma pur lieve, anzi mel finsi Queto, e in sua libertade appien securo;
E d'inni eletti a coronar m'accinsi Altre labbra ed altri occhi, e i novi rai De' tuoi più vaghi al paragon mi pinsi; Ma poiché quella che non rota mai
L'adunca falce invano, al mondo tolse Teco il lume che ogni altro ombrò d'assai, Destossi l'ardor mio più forte, e avvolse Col primo laccio il cor, cui valse poco
L'error suo, che il deluse, e nol disciolse. Sentii, quando il dì sorse, e quando il loco Cesse a la notte, che squallida crebbe, L'immagin tua spirarmi affanno e fuoco;
E fin la mia ragion stessa m'increbbe, Che tante in mediator sotterra mute Tue doti, il duolo e il desiderio accrebbe. La triste allor bramai mia servitute;
E quella che parea tua crudeltate Col vero nome suo chiamai virtute; E per sì raro aggiungo a tua beltate Pregio e fulgor l'avvelenato strale
Più acerbe m'inasprì le piaghe usate. Ahi lasso! or so che l'alma a fuggir l'ale Non ha, se Amor contrasta; ed or m'avveggo Che Amor, che da virtù nasce, è immortale.
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