Tremaro i boschi di Fenicia, e i fiumi Dal Libano cadenti Di sanguigno color tinsero l'onde; E voi, sidonie ninfe, umide il lumi
Di lagrime dolenti, L'erbose abbandonaste amiche sponde, Quando da le frondifere Piagge vedeste la divina Astarte
Empier di lutto le caverne ombrifere; E l'auree chiome sparte Sveller co l'ugna, ed abbracciar del bianco Svenato Adon l'orrida piaga e il fianco.
Quindi l'annua da noi memoria triste Piangendo or si rinnova Ne la verde serena età de l'anno; E flagelli e ululati e voci miste
Di gemiti fan nuova Di tenera pietà mostra e d'affanno Intorno al finto e squallido Adone steso nel mortal feretro;
E a te l'immago del cadaver pallido, A te il lugubre e tetro, O Astarte, si consacra onor solenne, A te cinta or di raggi ed or di penne.
Vaga e cara a gli Dei beblide riva, Cui per lo mar crudele Da i lidi sacri a l'immortale Ammone Contesta urna di giunchi al porto arriva
Senza nocchier, né vele, Nunzia felice del risorto Adone. I venticelli tumidi Del fiato molle de' cedrini fiori
Volin a te dintorno, e i vapor umidi Sgombrin coi dolci odori; Né fra quante Nettun co l'onde serra, Sia di te più felice altra mai terra.
Chi del morir del nume, e del celeste Risorger suo repente Può l'alto penetrare ordin alterno? Forse s'adombra nel mistero, e in queste
Vie dubbie a nostra mente Il vario corso del pianeta eterno, Che ne l'oscura ed orrida Bruma da noi ritorce il carro, e torna
Seco traendo la stagion più florida Del atauro ad infiammar le aurate corna; E muore ove i suoi rai con debil forza Vibra, e rinasce ove l'ardor rinforza.
Adone, amor de l'alma dea più bella, O del fenicio altare Tal nome i voti a te porti più pronti; O più ti piaccia in idumea favella
Tammo chiamarti, e l'are Verderti erette in Sion su i monti In fra le nubi e l'iride; O goda che l'Egitto ognor t'invochi
Nel coperto di lin busto d'Osiride: Tu in mezzo a l'ostie pingui e a i puri fochi Risorgi a noi fra i canti e le carole Col nuovo Sol lucido a par del sole.
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