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1798–1837

CIX – Guidi

Giacomo Leopardi

Ponmi, disse, la destra entro la chioma; E vedrai d'ogn'intorno Liete e belle venture Venir con aureo piede al tuo soggiorno.

Allor vedrai ch'io sono Figlia di Giove; e che germana al Fato, Sovra il trono immortale A lui mi siedo a lato.

A le mie voglie l'ocean commise Il gran Nettuno: e indarno Tentan l'Indo e il Britanno Di doppie ancore e vele armar le navi,

S'io non governo le volanti antenne, Sedendo in su le penne De' miei spirti soavi. Io mando a la lor sede

Le sonanti procelle, E lor sto sopra col sereno piede: Entro l'eolie rupi Lego l'ali de' venti;

E soglio di mia mano De' turbini spezzar le rote ardenti. Questa è la man che fabbricò sul Gange I regni a gl'Indi, e su l'Oronte avvolse

Le regie bende de l'Assiria a i crini: Pose le gemme a Babilonia in fronte, Recò sul Tigri le corone al Perso, Espose al piè di Macedonia i troni.

Del mio poter fur doni I trionfali gridi Che al giovane pelleo s'alzaro intorno, Quando de l'Asia ei corse,

Qual fero turbo, i lidi, E corse meco vincitor sin dove Stende gli sguardi il sole. Allor dinanzi a lui tacque la terra;

E fe l'alto monarca Fede a gli uomini allor d'esser celeste, E con eccelse ed ammirabil prove S'aggiunse a i numi, e si fe gloria a Giove.

Circondaro più volte I miei geni reali Di Roma i gran natali: E l'aquile superbe

Sola in prima avvezzai di Marte al lume; Ond'alte in su le piume, Cominciaro a sprezzar l'aure vicine, E le palme sabine.

Io senato di regi Su i sette colli apersi: Ma ne gli alti perigli Ebbero scorta e duce

I romani consigli: Io coronai d'allori Di Fabio le dimore, E di Marcello i violenti ardori:

Africa trassi in sul Tarpeo cattiva; E per me corse il Nil sotto le leggi Del gran fiume latino: In su le ferree porte infransi i Daci:

Al Caucaso ed al Tauro il giogo imposi: Alfin tutte de' venti Le patrie vinsi; e quando Ebbi sotto a' miei piedi

Tutta la terra doma, Del vinto mondo fei gran dono a Roma. Me teme il Daco, e me l'errante Scita; Ma de' barbari regi

Paventan l'aspre madri; E stanno in mezzo a l'aste Per me in timidi affanni I purpurei tiranni.

Per me Roma avventò le fiamme in grembo A l'emula Cartago: Ch'andò errando per Libia, ombra sdegnata; Sinché per me poi vide

Trasformata l'immago De la sua gran menica: E allor placò i desiri De la feroce sua vendetta antica;

E trasse anco i sospiri Sovra l'ampia ruina De l'odiata maestà latina.

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