Skip to content
1798–1837

CI – De Filicaia

Giacomo Leopardi

Non perché re sei tu, sì grande sei; Ma per te cresce ein maggior pregio sale La maestà regale. Apre sorte al regnar più d'una strada:

Altri al merto de gli avi, altri al natale, Altri 'l debbe a la spada: Tu a te medesmo e a tua virtute il déi. Chi è che con tai passi al soglio vada?

Nel dì che fosti eletto, Voto fortuna al tuo favor non diede, Non palliata fede, Non timor cieco; ma verace affetto,

Ma vero merto e schietto. Fatto avean tue prodezze occulto patto Col regno; e fosti re pria d'esser fatto. Ma che? stiasi lo scettro ora in disparte:

Non io col fasto del tuo regio trono, Teco bensì ragiono; Né ammiro in te quel ch'anco ad altri è dato. Dir ben può quante in mar le arene sono

Chi può, di rime armato, Dir quante in guerra e quante in pace hai sparte Opre ammirande, in cui non ha l'alato Vecchio ragion veruna.

Qual è a le vie del Sol sì ascosa piaggia, Che contezza non aggia Di tue vittorie, o dove il giorno ha cuna, O dove l'aere imbruna,

O dove Sirio latra, o dove scuote Il pigro dorso a' suoi destrier Boote? Sallo il Sarmato infido, e sallo il crudo Usurpator di Grecia; il dicon l'armi

Appese a i sacri marmi, E tante a lui rapite insegne e spoglie, Alto soggetto di non bassi carmi. Non mai costà le soglie

S'aprir di Giano, che tu spada e scudo De l'Europa non fossi. Or chi mi toglie Tue palme antiche e nuove Dar tutte in guardia a le castalie dive?

Fiacca è la man che scrive, Forte è lo spirto, che a più alte prove Ognor la instiga e muove; E quei che a' venti le grand'ale impenna,

Quei che la spada a te regge, e a me la penna. Svenni e gelai poc'anzi, allor ch'io vidi Oste sì orrenda tutti i fonti e tutti Quasi de l'Istro i flutti

Seccar col labbro, e non bastare a quella Del frigio suolo e de l'egizio i frutti. Oimè! vid'io la bella Regal donna de l'Austria in van di fidi

Ripari armarsi; e poco men che ancella, Porger nel caso estremo A indegno ferro il piede. Il sacro busto Del grand eimpero augusto

Parea tronco giacer, del capo scemo; E 'l cenere supremo Volar d'intorno; e gran cittadi e ville Tutte fumar di barbare faville.

Da l'ime sedi vacillar già tutta Pareami Vienna; e in panni oscuri ed adri Le spaventate madri Correre al tempio; e detestar de gli anni

L'ingiurioso dono i vecchi padri, L'onte mirando e i danni De la misera patria arsa e distrutta, Nel comun lutto e ne i comuni affanni.

Ma se miserie estreme E incendi e sangue e gemiti e ruine Esser doveano al fine, Invitto Re, di tue vittorie il seme;

Di tante accolte insieme Furie, ond'ebbe a crollar de l'Austria il soglio (Soffra ch'io 'l dica il Ciel), più non mi doglio. De la tua spada al riverito lampo

Abbagliata, già cade e già s'appanna L'empia luna ottomanna. Ecco rompi trinciere; ecco t'avventi; E, qual fiero leon che atterra e scanna

Hl'impauriti armenti, Tu fai macello su l'orribil campo, Che 'l suol ne trema. L'abbattute genti Ecco spergi e calpesti;

Ecco spoglie e bandiere a un tempo togli, E 'l duro assedio sciogli: Ond'è ch'io grido, e griderò: giugnesti, Guerreggiasti e vincesti.

Sì sì, vincesti, o campion forte e pio: Per Dio vincesti, e per te vinse Iddio. Se là dunque ove d'innialto concento A lui si porge, spaventosa e atroce

Non tuona araba voce; Se colà non atterra impeto folle Altari e torri; e se empietà feroce Da i sepolcri non tolle

Il cener sacro, e non lo sparge al vento; Sbigottito arator da eccelso colle Se diroccate ed arse Moli e roche giacer tra strpi e dumi,

Se correr sangue i fiumi, Se d'abbattuti eserciti e di sparse Ossa gran monti alzarse Non vede intorno; e se de l'Istro in riva

Vienna in Vienna non cerca, a te s'ascriva. S'ascriva a te se 'l pargoletto in seno A la sventata genitrice esangue, Latte non bee col sangue:

S'ascriva a te se inviolate e caste Vergini e spose né da morso d'angue Violator son guaste; Né in se puniscon l'altrui fallo osceno.

Per te sue faci Aletto e sue ceraste Lungi dal Ren trasporta: Per te, di santo amor pegni veraci, Si danno amplessi e baci

Giustizia e Pace: e la già spenta e morta Speme è per te risorta: E tua mercè, l'insanguinato solco Senza tema o periglio ara il bifolco.

Tempo verrà (se tanto lunge io scorgo) Che fin colà ne' secoli remoti Mostrar gli avi a i nepoti Vorranno il campo a la tenzon prescritto.

Mostreran lor donde, per calli ignoti, Scendesti al gran conflitto; Ove pugnasti; ove in sanguigno gorgo L'Asia immergesti. Qui, diran, l'invitto

Re polono accampossi; Là ruppe il vallo, e qua le schiere aperse, Vinse, abbatté, disperse; Qua monti e valli, e là torrenti e fossi

Feo d'uman sangue rossi; Qui ripose la spada, e qui s'astenne Da l'ampie stragi, e 'l gran destrier ritenne. Che diran poi, quando sapran che i fianchi

D'acciar vestiti non per tema e sdegno, Non per accrescer regno, Non perché eterno inchiostro a te lavori Fama eterna, e per te sudi ogn'ingegno;

Ma perché Iddio s'onori, E al suo gran nome adorator non manchi? Quando sapran che, d'ogni esempio fuori, Con profondo consiglio,

Per salvar l'altrui regno, il tuo lasciasti? Che 'l capo tuo donasti Per la fe, per l'onore, al gran periglio? E il figlio istesso, il figlio,

De la gloria e del rischio a te consorte Teco menasti ad affrontar la morte? Secoli che verrete, io mi protesto Che al ver fo ingiuria, e men del vero è quello

Ch'io ne scrivo e favello. Chi crederà l'eroico dispregio Di prudenza e di te, che assai più bello Fa di tue palme il pregio?

Chi crederà che, a te medesmo infesto, E a te negando il maestevol regio Titol, di mano in mano Sia tu in battaglia a i maggior rischi accinto,

Non da gli altri distinto, Che nel vigor del senno e de la mano? Nel comandar, sovrano; Ne l'eseguir, compagno; e del possente

Forte esercito tuo gran braccio e mente? Su su, fatal guerriero; a te s'aspetta Trar di ceppi l'Europa, e 'l sacro ovile Stender da Battro a Tile.

Qual mai di starti a fronte avrà balìa Vasta bensì, ma vecchia, inferma e vile, Cadente monarchia, Dal proprio peso a ruinar costretta?

Se 'l ver mi dice un'altra fantasia, Te l'usurpata sede Greca, ete 'l greco inconsolabil suolo Chiama; te chiama solo,

Te sospira il Giordano; a te sol chiede La Galilea mercede; A te Betlemme, a te Sion si prostra, E piange e prega, e 'l servo piè ti mostra.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CI – De Filicaia · Giacomo Leopardi · Poetry Cove