Altri studi, altre cure, altro diletto Grave Filosofia qui al core infonde: Non quella che, sprezzando umano affetto, Superba il capo oltre le nubi asconde.
Spazi ella pur sul ciel; scorga i portenti Noti d'Etruria e d'Albione al saggio; E il corso a gli astri, e a le comete ardenti Prescriva i moti del fatal viaggio.
Emulo de gli Dei, l'arduo intelletto Contempli pur dietro i suoi voli ardito A l'infallibil calcolo soggetto L'ampio giro de' mondi e l'infinito.
Ma poi che pro? squarci il suo vel Natura, Vincasi del destin l'ordine immoto; Ricco d'inutil lume, in nebbia oscura Sarò poi sempre, a me medesmo ignoto.
Te dunque seguo, o Dea, te che comprendi Tutte de l'uom le passioni ascose, E a la patria e a se stesso utile il rendi Ne' vari offici ove la sorte il pose.
Per te, dovuti al Cielo, incensi e voti Salgon su l'are; e a l'uom l'altr'uomo è caro: Per te al candido cor son nomi ignoti Ambiziose voglie o genio avaro:
Quindi è che insulti a l'uccisor di Clito, Che angusto il mondo finse a le sue brame; E a lui che il mar coperse e ingombrò il lito Già per la morte di Leandro infame.
Intrepida per te mostrasi un'alma Al furiar de la contraria sorte: Tal fra i ceppi serbar la prima calma Socrate e Focione, in faccia a morte.
Tu intanto odimi, o Dea. Se tuo seguace Il cammin di virtù correr degg'io; Schifo d'adulator suono mendace, Se aver dee nobil neta il canto mio;
Sien lunghi i giorni miei: me d'Egle in seno D'un bramato imeneo scorgan le faci; Finché in tremola età venendo meno, Porganmi i labbri suoi gli ultimi baci.
Ma se, a me stesso e a le tue leggi infido, Dando al sentier de la virtù le spalle, Levar di me dovessi infame grido Del vizio seduttor battendo il calle;
O se un dì, mia mercè, su le mie soglie Sparger dovesser mai singulti amari L'orfano derelitto e l'orba moglie, Dal sen divelti di paterni lari;
Prima sul fato mio pianto immaturo Versi la madre; e tra profumi eoi Disponga i membri sovra il rogo oscuro Del figlio, che dovea comporvi i suoi.
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