Oh qual mai s'apre d'improvvisa scena Vasto teatro, che l'orecchio e 'l guardo Del par m'assale e mi lusinga! È questo, Io non m'inganno, il travaglioso aringo
Corso da l'arti emulatrici. Or fanno Qui vaga pompa di gentil contesa; Or l'una a l'altra qui s'abbraccia, e forza Presta e riceve, ed il piacer ricresce,
Raddoppiando l'incanto. Al ciel là spazia Sublime reggia; e là s'incurva, e posa Su marmoree colonne il facil arco: Quella è del mar l'onda, che spuma e bolle;
E questa, ingombra di squallente musco, È d'Averno la via. Qual fammi invito Romor concorde di discordi voci, E a qual l'alma s'atteggia atroce imago!
Che sento; oimè! Freme la pugna: ascolto; Anzi m'aggiro tra il rimbalzo e l'urto De' spessi dardi e de' percossi acciari: Odo le voci languide di morte,
Miste a le grida che vittoria innalza. Ah! mugge il mar, l'etra sfavilla e tuona; Ratta scende la folgore, e fa scoppio: E, fra l'orror de la tempesta, il core
Mi compungon de' naufraghi i singulti. Ma te, te ben ravviso; oimè, ti duoli Del Troiano infedel, misera Dido. Teco mi dolgo, generosa Alceste:
Va, ch'io ti seguo pel cammin de l'ombre. Me pur tra l'ombre stesse avrai compagno, Sventurato cantor, vedovo sposo, Oagrio garzon. Elisia chiostra,
Soggiorno di piacer, campo di pace, Quanto se' bella! Mormorate, o fonti; E bisbigliate pur, garrule aurette: E per le nari cupide l'olezzo
Suggo de' vostri graziosi fiori, E del vostro seren conforto i lumi. Torna, amata Euridice, al palpitante Sen de lo sposo, che varcar poteo,
Solo per te riaver, la pallid'onda Che ritorno non ha. Furie, tacete. Torna Euridice. Tal dolce me prende Di me medesmo obblio; tal mi ricerca
Tutta la facil anima, vittrice Forza di note lidie, erranti in mille Giri di melodia, cui spinge e frena, E in se stesse ripiega, aggruppa e snoda
La voce penetrabile e soave.
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