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1798–1837

CCXXII – Mascheroni

Giacomo Leopardi

Andiamo, Lesbia: pullular vedrai Entro tepide celle erbe salubri, Dono di navi peregrine: stanno Le prede di più climi in pochi solchi.

Aspettan te, chiara bellezza, i fiori De l'Indo: avide al sen tuo voleranno Le morbide fragranze americane, Argomento di studio e di diletto.

Come verdeggia il zucchero tu vedi, A canna arcade simile; qual pende Il legume d'Aleppo dal suo ramo, A coronar le mense util bevanda;

Qual sorga l'ananàs; come la palma Incurvi, premio al vincitor, la fronda. Ah non sia chi la man ponga a la scorza De l'albero fallace avvelenato,

Se non vuol ch'aspre doglie a lui prepari, Rossa di larghi margini, la pelle. Questa, pudica, da le dita fugge; La solcata mammella arma di spine

Il barbarico cacto; al Sol si gira Clizia amorosa. Sopra lor trasvola L'ape ministra de l'aereo mele: Dal calice succhiato in ceppi stretta

La mosca, in seno al fior trova la tomba. Qui pure il sonno con pigre ali, molle Da l'erbe lasse conosciuto dio S'aggira; e al giunger d'Espero rinchiude

Con la man fresca le stillanti bocce, Che aprirà ristorate il bel mattino. E chi potesse udir de' verdi rami Le segrete parole allor che i furti

Dolci fa il vento, su gli aperti fiori, De gli odorati semi, e in giro porta La speme de la prole a cento fronde; Come al marito suo parria gemente

L'avida pianta susurrar! Ché nozze Han pur le piante: e Zefiro leggiero, Discorritor de l'indiche pendici, A quei fecondi amor plaude aleggiando.

Erba gentil (né v'è sospir di vento) Vedi inquieta tremolar sul gambo. Non vive? e non dirai ch'ella pur senta? Ricerca forse il patrio margo e 'l rio;

E duolsi d'abbracciar con le radici Estranea terra, sotto stelle ignote; E in europea prigion bevere a stento Brevi del Sol, per lo spiraglio, i rai.

E ancor chi sa che in suo linguaggio i germi Compagni, di quell'ora non avvisi Che il Sol, da noi fuggendo, a la lor patria, A la Spagna novella il giorno porta?

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