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1798–1837

CCXVIII – Bertola

Giacomo Leopardi

Non ha, non ha sul viso L'asprezza, o la burbanza: In atto è di sorridere; E pinge il suo sorriso

Le idee de la speranza. Fisse ha le ciglia; e pare Che 'l pianto abbian versato; Ma già nol versan; simili

As aspetto di mare Quando il turbo è cessato. Ama i poggi romiti, E lo speco odoroso;

Ama le sere tacite; E son suoi favoriti Il silenzio e 'l riposo. Ma quel silenzio dove

Al cor Natura parla; E 'l cor risponde, e palpita, E gli spontanei move Sospiri a corteggiarla.

E quel riposo in cui, Se al sonno s'abbandona, Certa è d'un sogno placido; Onde co' pensier sui

Scherza, se non ragiona. Malinconia! qui sede Meco perpetua eleggi; Qui fonda un regno; déttami,

In premio di mia fede, Tutte qui le tue leggi. Ed or che riede aprile, Cerchiamo il sen del bosco.

Fra i solinghi ricoveri So dove è il più gentile: Ogni arbor ne conosco. April su la verzura

Voglio che teco assiso Mi trovi. Ah, sonmi un carcere Le cittadine mura; E quella, un vero Eliso.

Pur fra le piante el'erba, Entro i paterni lidi, Te, di pochi delizia, Te, al volgo ignota o acerba,

La prima volta io vidi. Io su la destra palma Il mento e l'una gota Appoggiava: ne' languidi

Sguardi la suddit'alma Del fanciul ti fu nota. Poi, ne l'età fiorente, L'indole mansueta

Per te, l'arti m'ornaro; E fra l'itala gente Fui creduto poeta. E a' boschi fei ritorno,

Ospiti de la pace: Cantai de' boschi; ingenuo Fu il canto e disadorno; Pur so che piacque e piace.

E l'alma apersi a tanti Amabili tumulti, Quanti de l'alba il zefiro Desta fioretti, e quanti

Fa tremolar virgulti. Tu i fantastici oggetti Moltiplichi, e colori Di quel dolce patetico,

Per cui piaccion gli affetti Del cor laceratori. E tu l'anima infondi Ne' sassi e ne le piante:

Per te gl'insetti parlano: Tu crei novelli mondi, Amabilmente errante. Un dolce tuo consiglio

Fu che i tesor m'aprio De' pensieri britannici: Onde con fermo ciglio Guardai la morte anch'io.

Tranquillamente fiero, De le tombe su l'orlo, Esaminai gli scheletri: Entusiasta pel vero,

Scesi fra l'ombre a corlo: E in cor mel posi, e 'l trassi A le cittadi meco. Oimè, ch'io posso perderlo,

Se gl'incerti miei passi Non vengon sempre teco; E se tu a consigliarmi Non segui i campi aprici,

E al facil rischio togliermi Del fasto, e di tant'arti A fede insidiatrici. O, chi udir fammi rivo

Che gorgogli fra sassi? E fra i pioppi che il cingano, L'usignuol fuggitivo, Ch'ama frescura, e stassi?

Chi, quand'espero è fuore, M'apre di selva bruna Il silenzio, ove penetri Interrotto il chiarore

De la sorgente luna? Perché così t'adoro, Certo mi si contrasta Starmi in drappei festevoli:

Ma che far mai di loro? Un amico mi basta. Ceda al tempo il mio nome; E mentre a più begli estri

Le Muse il lauro porgono, Gittin su le mie chiome Poche rose silvestri. No, il genio non mi chiama

Ad aonii portenti: Ma che potrei lagnarmene? Un secolo di fama Merta poi tanti stenti?

Io scrivo, e per me stesso Fo del mio cor l'immago. Che son per me gli oracoli Di critico consesso,

Se l'amistade appago? Quando noiato o stanco A l'ermo tetto arrivo Colle cadenti tenebre,

Malinconia m'è al fianco; M'ispira un verso; io scrivo. O sere, o mio ritiro, In cui pensier, costumi

Di mille genti io visito; E qual ape m'aggiro Su' diletti volumi! De la mia giovinezza

Retaggi ch'io sol amo, Fra voi, fra l'amicizia Mi trovi la vecchiezza, Cui non odo e non bramo:

E fra' campi mi trovi, Sempre cultor di schietti Canti, sempre sensibile, Quando april si rinnovi,

A i boscherecci oggetti. Tu, come dio maggiore Del genial tempio, e come Dispensator d'un néttare

Che spirto inebbria e core, (Onorate il gran nome) Tasso, tu meco; e sempre Con te vegliar mi giova:

Il quel tuo dolce pelago Di patetiche tempre, Se stesso il cor ritrova. Ma in te quanti gran semi

Di divin foco pregni! Che gelo in me! che spazio Fra questi punti estremi, O padre de gl'ingegni!

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