Sia pur ne gli avi tuoi, ma in quei s'arresti
Nobiltà, né in te, Ciacco, si trasfonda,
Mentre il nome di quei col tuo funesti,
E il chiaro fonte va in palude immonda.
Mostrami i propri merti: io far con questi
Voglio il tuo stemma, e d'onorata fronda
Voglio al tuo busto circondar le chiome:
Né a te dia 'l sasso, ma tu al sasso, il nome.
Se la plebe illustrissimo te chiama,
Piangi: scherno divien l'ossequio ingiusto:
In te vogl'io del tenue Arpin la fama
Più che ne l'arme l'aquila d'Augusto.
Benché di nobil tempra, è inutil lama,
Se ruggine le tolse il fil vetusto,
Durindana e Frusberta: e quercia antica,
Quando è secca, si spianta come ortica.
Signor, conosci in te Guelfo e Rinaldo;
Merita gli avi; e ponga in te senato
Il tuo senno, non quel del prisco Ubaldo:
Né vanti chi mal vive, esser ben nato.
Siegui il tuo Pio; né uscir da eroi ribaldo
E degno di frodar l'oncia in mercato.
Se giusto e mite sei, scendi da Giove,
E dà il tuo cor di nobiltà le prove.