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1798–1837

CCXLVII – D'Elci

Giacomo Leopardi

Sia pur ne gli avi tuoi, ma in quei s'arresti Nobiltà, né in te, Ciacco, si trasfonda, Mentre il nome di quei col tuo funesti, E il chiaro fonte va in palude immonda.

Mostrami i propri merti: io far con questi Voglio il tuo stemma, e d'onorata fronda Voglio al tuo busto circondar le chiome: Né a te dia 'l sasso, ma tu al sasso, il nome.

Se la plebe illustrissimo te chiama, Piangi: scherno divien l'ossequio ingiusto: In te vogl'io del tenue Arpin la fama Più che ne l'arme l'aquila d'Augusto.

Benché di nobil tempra, è inutil lama, Se ruggine le tolse il fil vetusto, Durindana e Frusberta: e quercia antica, Quando è secca, si spianta come ortica.

Signor, conosci in te Guelfo e Rinaldo; Merita gli avi; e ponga in te senato Il tuo senno, non quel del prisco Ubaldo: Né vanti chi mal vive, esser ben nato.

Siegui il tuo Pio; né uscir da eroi ribaldo E degno di frodar l'oncia in mercato. Se giusto e mite sei, scendi da Giove, E dà il tuo cor di nobiltà le prove.

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