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1798–1837

CCXLII – Salomone Fiorentino

Giacomo Leopardi

M'apparve in truce aspetto, ed ogni vena Il fier rimorso ad agghiacciar si accinse: Indi armato d'artigli e di catena, Senza pietà mi lacerò, m'avvinse.

Quale, oh Dio, mi scoperse orrida scena! In quai tetri color la penna tinse Per linearmi in ogni parte scritto Il giudice, la pena, e il mio delitto!

Volgea la notte: e notte unqua più nera Di quella non vid'io. Torbidi, inquieti S'aggiravan fantasmi; e priva ell'era De' suoi momenti placidi e segreti:

Pareanmi estinti in la stellata afera E gli astri erranti, e i lucidi pianeti: Tante ombre e tante noie ivano attorno, Che al Ciel chiedea, per respirare, il giorno.

E il dì pur venne: allor su l'universo Fosco vedea caliginoso velo; Sbiadate l'erbe, ed ogni arbusto asperso Di quel color di cui lo tinge il gelo:

Pallido, altrove ciascun fior converso, Da me torceva l'aduggiato stelo: Parea sospiro il moto de le fronde, Flebil lamento il mormorar de l'onde.

Forse così, seguìto il reo consiglio, L'Eden comparve al genitore antico. Invan spirava odor la rosa e il giglio, E il lusingava invano il rezzo amico;

Ch'ovunque egli temea danno o periglio, Seco portando il suo crudel nemico; E, da terribil suon l'orecchie ingombre, Sen gia tremante a ricovrar fra l'ombre.

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