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1798–1837

CCXLI – Salomone Fiorentino

Giacomo Leopardi

Pur quasi serbi ancora e senso e mente, A lei, che più non m'ode, e muta giace, Talor rivolgo il mio parlar dolente. Ahi sposa, ahi sposa! un vol d'ombra fugace

Fu il breve trapassar de' tuoi verdi anni, E un vol fu la mia gioia e la mia pace. Mira del tuo fedel gli acerbi affanni; Mira, al tuo dipartir come s'accuora,

Vedovo, sconsolato, in negri panni. Qual resta il fior se una nemica aurora Trattien sul grembo l'umida rugiada, Che il curvo stelo e l'arse foglie irrora;

Tale io restai poiché l'adunca spada Di Morte a me ti tolse, e lunge spinse Te per ignota interminabil strada. Ma, come il fato in pria nostre alme avvinse,

E poi quaggiù provido amor ci unio, Sicché due salme in una salma strinse; Scemo de la metà de l'esser mio, Or cerco te, come assetata cerva

Ne l'ardente stagion ricerca il rio. Così parlo e vaneggio: e benché i' ferva D'un insano desir, tanto è l'inganno, Che ragion signoreggia, e vuol che serva.

Però qualor sovra l'usato scanno A mensa i' siedo, ove in un cerchio i figli Chini d'intorno e taciturni stanno; Forza è che ne' lor volti io mi consigli,

E or questo or quel vo' che mi venga allato, Qual più a la madre parmi che assomigli. Pasco alcun poco il ciglio affascinato: Ma la dolce illusion fugge, e m'accorgo

Che la sposa non è quella ch'io guato. Sul desco allor smanioso i' sorgo, E a temprar la bevanda, e condir l'esca, D'amarissimo pianto un fiume sgorgo.

Timor nuovo ne' figli avvien che cresca; Tutti tendon le braccia, ognun mi dice: Deh, padre, per pietà, di noi t'incresca. Orfani de la cara genitrice,

Per noi chi resta? a noi, pensa che or sei Tu genitor, tu madre, e tu nutrice. Si dividon così gli affetti miei: Tenerezza, cordoglio; amore e pena;

Quello che mi restò, quel che perdei.

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