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1798–1837

CCXL – Fantoni

Giacomo Leopardi

Dal sacro orror Pimpleo, Da le materne selve, Scendi, Imene Imeneo. Te d'ogni stirpe chiamano

Speme le madri, e i tremuli Vecchi con voce fioca; Te il garzoncello imberbe, Te ogni donzella invoca.

O di costumi a gli uomini Dolce maestro ed arbitro, Dal sacro orror Pimpleo, Da le materne selve,

Scendi, Imene Imeneo. Tu a i re sdegnati e a i popoli Pace ridoni, e candida Fe di pensier concordi;

Tu in amistade unisci Le famiglie discordi: E tu soave imperio Stendi da l'austo a borea.

Dal sacro orror Pimpleo, Da le materne selve, Scendi, Imene Imeneo. Per te la zona timide

L'intatte spose sciolgono A lusighiero invito; E cedon, lagrimando, Al cupido marito.

Per te fama non temono Casti Cupido e Venere. Dal sacro orror Pimpleo, Da le materne selve,

Scendi, Imene Imeneo. Scendi, dator benefico Di gioia e di dovizia; Protettore fecondo

De le città, de i campi; Animator del mondo. Quale improvviso strepito? Strider su i ferrei cardini

Odo la porta. Ei viene. Sposa, ove fuggi? ah, semplice, Non lo ravvisi? è Imene. Invan la chiamo: pavida

Corre, e la madre abbraccia; E vergognosa e mesta, A l'altrui guardo celasi Con la pudica vesta.

Deh non temer, non piangere, Bella de l'Adria figlia: Quel che da te sen viene, È il dio che brami: ah, semplice,

Non lo ravvisi? è Imene.

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