Dal sacro orror Pimpleo,
Da le materne selve,
Scendi, Imene Imeneo.
Te d'ogni stirpe chiamano
Speme le madri, e i tremuli
Vecchi con voce fioca;
Te il garzoncello imberbe,
Te ogni donzella invoca.
O di costumi a gli uomini
Dolce maestro ed arbitro,
Dal sacro orror Pimpleo,
Da le materne selve,
Scendi, Imene Imeneo.
Tu a i re sdegnati e a i popoli
Pace ridoni, e candida
Fe di pensier concordi;
Tu in amistade unisci
Le famiglie discordi:
E tu soave imperio
Stendi da l'austo a borea.
Dal sacro orror Pimpleo,
Da le materne selve,
Scendi, Imene Imeneo.
Per te la zona timide
L'intatte spose sciolgono
A lusighiero invito;
E cedon, lagrimando,
Al cupido marito.
Per te fama non temono
Casti Cupido e Venere.
Dal sacro orror Pimpleo,
Da le materne selve,
Scendi, Imene Imeneo.
Scendi, dator benefico
Di gioia e di dovizia;
Protettore fecondo
De le città, de i campi;
Animator del mondo.
Quale improvviso strepito?
Strider su i ferrei cardini
Odo la porta. Ei viene.
Sposa, ove fuggi? ah, semplice,
Non lo ravvisi? è Imene.
Invan la chiamo: pavida
Corre, e la madre abbraccia;
E vergognosa e mesta,
A l'altrui guardo celasi
Con la pudica vesta.
Deh non temer, non piangere,
Bella de l'Adria figlia:
Quel che da te sen viene,
È il dio che brami: ah, semplice,
Non lo ravvisi? è Imene.