Dolevasi una zucca
D'esser da la Natura condannata
A gir serpendo sopra il suolo umìle.
Io, dicea, calpestata
Mi trovo ognor da ogni animal più vile;
E dentro il limo involta,
E nel crasso vapor sempre sepolta,
Che denso sta su l'umido terreno,
Mai non respiro il dolce aer sereno.
A cangiar sorte intenta,
Volse e rivolse i rami serpeggianti
Ora indietro or avanti,
Strisciando sopra il suol con gran fatica;
Tanto che giunse a un'altra pianta antica.
I pieghevoli rami avvolse allora
Al tronco de la pianta intorno intorno,
Strisciando chetamente e notte e giorno:
Talché, fra pochi dì, trovossi giunta
De l'albero a la punta:
E, voltandosi in giù, guardò superba
Gli umil virgulti, che giacean su l'erba.
Questi, ripieni allor di meraviglia,
Chi mai, dicean fra loro,
Portò con lieve inaspettato salto
Quel frutice negletto tanto in alto?
Rispose il giunco allora:
Sapete con qual arte egli poteo
Giungere a l'alta cima?
Vilmente sopra il suol strisciando prima.