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1798–1837

CCXIII – Pignotti

Giacomo Leopardi

Dolevasi una zucca D'esser da la Natura condannata A gir serpendo sopra il suolo umìle. Io, dicea, calpestata

Mi trovo ognor da ogni animal più vile; E dentro il limo involta, E nel crasso vapor sempre sepolta, Che denso sta su l'umido terreno,

Mai non respiro il dolce aer sereno. A cangiar sorte intenta, Volse e rivolse i rami serpeggianti Ora indietro or avanti,

Strisciando sopra il suol con gran fatica; Tanto che giunse a un'altra pianta antica. I pieghevoli rami avvolse allora Al tronco de la pianta intorno intorno,

Strisciando chetamente e notte e giorno: Talché, fra pochi dì, trovossi giunta De l'albero a la punta: E, voltandosi in giù, guardò superba

Gli umil virgulti, che giacean su l'erba. Questi, ripieni allor di meraviglia, Chi mai, dicean fra loro, Portò con lieve inaspettato salto

Quel frutice negletto tanto in alto? Rispose il giunco allora: Sapete con qual arte egli poteo Giungere a l'alta cima?

Vilmente sopra il suol strisciando prima.

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