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1798–1837

CCXII – Pignotti

Giacomo Leopardi

Quattro animai, diversi Di natura e d'umore; L'altiero corridore, Il bue, che serio e pien di gravità,

Una bestia parea di qualità, Un timido montone, ed uno snello Orecchiuto asinello; Arrabbiando di fame in mezzo a vasta

Arenosa pianura, Gian cercando ventura. Dopo lungo viaggio, Stanchi, afflitti, affamati, in aria trista,

Giunsero alfine in vista D'un verdeggiante, ameno Colto e grasso terreno. La famelica turba impaziente

Già preparava ed arrotava il dente: Ma giungendo dappresso, Videro il vago prato Difeso e circondato

Da un largo fosso, e da una siepe folta; E su l'unico varco stava assiso, Con torvo e brusco viso, Nerboruto villano,

Che brandia colla mano Un nodoso bastone, e sì pesante Da far fuggir la fame in un istante. Il destrier generoso,

Del bastone a l'aspetto Sentì nascere in petto Un certo non so che, Che la fame passar tosto gli fe:

Il montone tremava: Il bue deliberava; E dopo lunga deliberazione, Decise di star lungi dal bastone.

L'asino allor, senza pensar di più, Spicca leggiero un salto, E del baston va incontro al fiero assalto. Grida invano il custode,

Invano il duro legno in aria scote, Invano lo percote, Invano lo respinge, invan lo pesta: Sotto l'aspra tempesta

De' colpi orrendi, l'asino s'avanza; Del custode a dispetto Salta e scorre nel florido ricetto. Eccolo in mezzo a l'erba

Con la testa superba. E rivoltosi allora a' tristi amici, Che i successi felici De l'orecchiuto eroe

Miravano con occhio invidioso; Imparate, imparate, Disse con volto placido e giocondo; Così si fa fortuna in questo mondo.

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