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1798–1837

CCXI – Pignotti

Giacomo Leopardi

I fisici più gravi e gli eruditi Fecer ne' tempi addietro, e fanno ancora, E lunghe e dotte e strepitose liti, Perché una voce armonica e canora

Ebbe ne' tempi antichi il cigno, ed ora Non canta no, ma gracchia, Appunto come un'oca o una cornacchia: Ed hanno mille baie acutamente

Dette, piene però d'erudizione. Or io per risparmiar d'un innocente Cristiano inchiostro tanta effusione, La ragion ne dirò: perchè i segreti

De la natura san meglio i poeti. Quando uscì da le man de la natura Il cigno, anch'esso nacque Con voce rauca, dissonante e dura,

Come gli augei che vivono ne l'acque. Niuno di lui però prendeasi gioco; Perciocché presso a poco Cantavan tutti su l'istesso tuono.

Per sua disgrazia un giorno Infra i rami d'un orno Sentì del rosignolo il dolce suono: E allor vedendo quanto

L'armonia del pantano era discorde, Del rosignolo chiese a Giove il canto; Che sul principio fe l'orecchie sorde: Ma quando ei volle poi furtivo entrare

Di Leda ne le soglie, Si fece allor prestare Dal cigno le sue spoglie; E allor concesse al candido animale

Canto del rosignolo a quello eguale. Di questo nuovo pregio il cigno adorno, Credette esser più illustre Infra i compagni de lo stuol palustre.

Ma quei gli furo intorno Con sibili di scorno, Gridando che il cantar così, non era Il tuono e la maniera

Conveniente a la palustre stanza. Invidia forse fu, forse ignoranza: L'altrui doti sprezzare, avere in pregio Le proprie solo, è naturale istinto:

Ognun sa come i mori hanno in dispregio I bianchi, e il diavol bianco hanno dipinto. Fosse in somma ignorante ovver maligno Il gracidante stuol, con scherni e busse

Perseguitò tanto e poi tanto il cigno, Che disperato essendo, egli s'indusse A richiedere a Giove alfin l'antica Voce discorde: e in quella

Ora soltanto canta, ovver favella. E quella schiera, a lui tanto nemica, Sol si poté placare Quando l'udì gracchiare.

Infra i balordi, per istar d'accordo, Spesso, o lettor, convien far da balordo.

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