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1798–1837

CCVIII – Pignotti

Giacomo Leopardi

Già, di zefiro al giocondo Susurrare, erasi desta Primavera; ed il crin biondo S'acconciava, e l'aurea vesta.

L'aer tepido e sereno, De la terra il lieto aspetto Già destava a tutti in seno Nuovo brio, nuovo diletto.

Sopra l'erbe e i fior novelli Saltellavano gli armenti; Ed il bosco, de gli augelli Risonava a i bei concenti.

Con insolita armonia Entro il vago stuol canoro L'usignol cantar s'udia, Quasi principe del coro.

Le leggiere agili note Sì soave or lega or parte, Che dimostra quanto puote La natura sopra l'arte.

Or lento e placidissimo Il bel canto in giù discende; Or con volo rapidissimo, Gorgheggiando, in alto ascende.

Tra le frondi ei canta solo; Stanno gli altri a udirlo intenti; Ed avean sospeso il volo Fin l'aurette riverenti.

Sol s'udia di quando in quando In noioso e rauco tuono Un cuculo andar turbando Il soave amabil suono.

E lo stridulo rumore Importun divenne tanto, Che del bosco il bel cantore A la fin sospese il canto.

L'importuno augel noioso Dispiegando allor le penne, Al cantore armonioso A posarsi accanto venne:

E con ciglia allor di grave Compiacenza e orgoglio piene, Disse al musico soave: Quanto mai cantiamo bene!

L'ignorante ed impudente D'accoppiarsi al saggio ha l'arte, E con lui tenta sovente De la gloria esser a parte.

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