Da l'infiammate rote
Febo scotea sul suol l'estivo ardore;
E il robusto aratore
Stava a l'arso terreno
Col vomere tagliente aprendo il seno.
Acceso in volto, di sudor bagnato,
Col crine scompigliato,
Curvo le spalle, il cigolante aratro
Con una man premea,
Che col chino ginocchio accompagnava;
E coll'altra stringea
Pungolo acuto; e colla rozza voce,
E coi colpi frequenti,
Affrettava de' bovi i passi lenti.
Stava sopra l'aratro in grave volto
Una mosca arrogante,
Ch'or su l'irsuto tergo
De' stanchi buoi volava,
Ed ora al tardo aratro
In fretta ritornava;
E quasi in alto affar tutta occupata,
Smaniante ed affannosa,
Corre, ronza, s'adira, e mai non posa.
Un moscerino intanto
Passando ad essa accanto,
Le disse: e perché mai
Tanto sudi e t'affanni? e cosa fai?
Rispose con dispetto
Quell'arrogante insetto:
Nol vedi? è necessario il domandare
Qual importante affare
Ci occupi tutti adesso? Ad ignorarlo
Veramente sei solo.
Non lo vedi, balordo? ariamo il suolo.
È assai comune usanza
Il credersi persona d'importanza.