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1798–1837

CCLXXIV – Monti

Giacomo Leopardi

Uom d'affannosa, ma regal sembianza, A cui, rapita la corona e il regno, Sol del petto rimasta è la costanza, Venia di morte a vil supplizio indegno

Chiamato, ahi lasso! e vel traevan quelli Che fur de l'amor suo poc'anzi il segno. Quinci e quindi accorrean sciolte i capelli Consorte e suora ad abbracciarlo, e gli occhi

Ognuna avea conversi in due ruscelli. Stretto al seno egli tiensi in su i ginocchi Un dolente fanciullo, e par che tutto Ne gli amplessi e ne' baci il cor trabocchi;

E sì gli dica: Da' miei mali istrutto Apprendi, o figlio, la virtude, e cògli Di mie fortune dolorose il frutto. Stabile e santo nel tuo cor germogli

Il timor del tuo Dio, né mai d'un trono Mai lo stolto desir l'alma t'invogli. E se l'ira del ciel sì tristo dono Faratti, il padre ti rammenta, o figlio;

Ma serba a chi l'uccide il tuo perdono. Questi accenti parea, questo consiglio Profferir l'infelice; e chete intanto Gli discorrean le lagrime dal ciglio.

Piangean tutti d'intorno, e da l'un canto Le fiere guardie impietosite anch'esse Sciogliean, poggiate su le lance, il pianto.

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