Uom d'affannosa, ma regal sembianza,
A cui, rapita la corona e il regno,
Sol del petto rimasta è la costanza,
Venia di morte a vil supplizio indegno
Chiamato, ahi lasso! e vel traevan quelli
Che fur de l'amor suo poc'anzi il segno.
Quinci e quindi accorrean sciolte i capelli
Consorte e suora ad abbracciarlo, e gli occhi
Ognuna avea conversi in due ruscelli.
Stretto al seno egli tiensi in su i ginocchi
Un dolente fanciullo, e par che tutto
Ne gli amplessi e ne' baci il cor trabocchi;
E sì gli dica: Da' miei mali istrutto
Apprendi, o figlio, la virtude, e cògli
Di mie fortune dolorose il frutto.
Stabile e santo nel tuo cor germogli
Il timor del tuo Dio, né mai d'un trono
Mai lo stolto desir l'alma t'invogli.
E se l'ira del ciel sì tristo dono
Faratti, il padre ti rammenta, o figlio;
Ma serba a chi l'uccide il tuo perdono.
Questi accenti parea, questo consiglio
Profferir l'infelice; e chete intanto
Gli discorrean le lagrime dal ciglio.
Piangean tutti d'intorno, e da l'un canto
Le fiere guardie impietosite anch'esse
Sciogliean, poggiate su le lance, il pianto.