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1798–1837

CCLXXII – Monti

Giacomo Leopardi

De la mente di Dio candida figlia Prima d'Amor germana, e di Natura Amabile compagna e maraviglia, Madre de' dolci affetti, e dolce cura

Dell'uom che varca pellegrino errante Questa valle d'esilio e di sciagura. Vuoi tu, diva Bellezza, un risonante Udir inno di lode, e nel mio petto

Un raggio tramandar del tuo sembiante? Senza la luce tua l'egro intelletto Langue oscurato, e i miei pensier sen vanno Smarriti in faccia al nobile subbietto.

Ma qual principio al canto, o Dea, daranno Le Muse? e dove mai degne parole Dell'origine tua trovar potranno? Stavasi ancora la terrestre mole

Del Caos sepolta ne l'abisso informe, E sepolti con lei la luna e il sole; E tu del sommo Facitor su l'orme Spaziando, con esso preparavi

Di questo mondo l'ordine e le forme. V'era l'eterna Sapienza, e i gravi Suoi pensier ti venia manifestando Stretta in santi d'amor nodi soavi.

Teco scorrea per l'infinito; e quando Da le cupe del nulla ombre ritrose L'onnipossente creator comando Uscir fe' tutte le mondane cose,

E al guerreggiar de gli elementi infesti Silenzio e calma inaspettata impose. Tu con essa a la grande opra scendesti, E con possente man del furibondo

Caos le tenebre indietro respingesti, Che con muggito orribile e profondo Là del Creato su le rive estreme S'odon le mura flagellar del mondo;

Simili a un mar che per burrasca freme, E sdegnando il confine, le bollenti Onde solleva, e il lido assorbe e preme. Poi ministra di luce e di portenti,

Del ciel volando pei deserti campi, Seminasti di stelle i formamenti. Tu coronasti di sereni lampi. Al Sol la fronte; e per te avvien che il crine

De le comete rubiconde avvampi; Che a gli occhi di quaggiù, spogliate alfine Del reo presagio di feral fortuna, Invian fiamme innocenti e porporine.

Di tante faci a la silente e bruna Notte trapunse la tua mano il lembo, E un don le festi de la bianca luna; E di rose a l'aurora empiesti il grembo,

Che poi sovra i sopiti egri mortali Piovon di perle rugiadose un nembo. Quindi a la terra indirizzasti l'ali, Ed ebber dal poter de' tuoi splendori

Vita le cose inanimate e frali. Tumide allor di nutritivi umori Si fecondar le glebe, e si fer manto Di molli erbette e d'olezzanti fiori.

Allor, de gli occhi lusinghiero incanto, Crebber le chiome ai boschi, e gli arbuscelli Grato stillar da le cortecce il pianto; Allor dal monte corsero i ruscelli

Mormorando, e la florida riviera Lambir freschi e scherzosi venticelli. Tutta del suo bel manto primavera Copria la terra: ma la vasta idea

Del gran Febo compita ancor non era. Di sua vaghezza inutile parea Lagnarsi il suolo; e con più bel desiro Sguardo e amor di viventi alme attendea.

Tu allor raggiante d'un sorriso in giro Dei quattro venti su le penne tese L'aura mandasti del divino spiro. La terra in sen l'accolse e la comprese,

E un dolce movimento, un brividio Serpeggiar per le viscere s'intese; Onde un fremito diede, e concepio; E il suol, che tutto già s'ingrossa e figlia,

La brulicante superficie aprio. Da le gravide glebe, oh maraviglia! Fuori allor si lanciò scherzante e presta La vaga de le belve ampia famiglia.

Ecco dal suolo liberar la testa, Scuoter le giubbe, e tutto uscir d'un salto Il biondo imperator de la foresta: Ecco la tigre e il leopardo in alto

Spiccarsi fuora de la rotta bica, E fuggir ne le selve a salto a salto. Vedi sotto la zolla, che l'implica, Divincolarsi il bue, che pigro e lento

Isviluppa le gran membra a fatica. Vedi pien di magnanimo ardimento Sovra i piedi balzar ritto il destriero, E nitrendo sfidar nel corso il vento;

Indi il cervo ramoso, ed il leggiero Daino fugace, e mille altri animanti, Qual mansueto, e qual ritroso e fiero. Altri per valli e per campagne erranti,

Altri di tane abitator crudeli, Altri de l'uomo difensori e amanti. E lor di macchia differente i peli Tu di tua mano dipingesti, o Diva,

Con quella mano che dipinse i cieli. Poi de' coler più vaghi, onde l'estiva Stagion de le campagne orna l'aspetto, E de' freschi ruscei smalta la riva,

L'ale spruzzasti al vagabondo insetto, E le lubriche anella serpentine Del più caduco vermicciuol negletto. Né qui ponesti a l'opra tua confine;

Ma vie più innanzi la mirabil traccia Stender ti piacque de l'idee divine. Cinta adunque di calma e di bonaccia De le marine interminabil'onde,

Lanciasti un guardo su l'azzurra faccia. Penetrò ne le cupe acque profonde Quel guardo, e con bollor grato Natura Intiepidille, e diventar feconde;

E tosto vari d'indole e figura Guizzaro i pesci, e fin da l'ime arene Tutta increspar la liquida pianura. I delfin snelli colle curve schiene

Uscir danzando; e mezzo il mar copriro Col vastissimo ventre orche e balene. Fin gli scogli e le sirti allor sentiro Il vigor di quel guardo e la dolcezza,

E di coralli e d'erbe si vestiro. Ma che? Non son, non sono, alma Bellezza, Il mar, le belve, le campagne, i fonti Il sol teatro de la tua grandezza:

Anche sul dorso de i petrosi monti Talor t'assidi maestosa, e rendi Belle de l'alpi le nevose fronti: Talor sul giogo abbrustolato ascendi

Del fumante Etna, e ne l'orribil veste De le sue fiamme ti ravvolgi e splendi. Tu del nero aquilon su le funeste Ale per l'aria alteramente vieni,

E passeggi sul dorso a le tempeste: Ivi spesso d'orror gli occhi sereni Ti copri, e mille intorno al capo accenso Rugghiano i tuoni, e strisciano i baleni.

Ma sotto il vel di tenebror sì denso Non ti scorge del vulgo il debil lume, Che si confonde ne l'error del senso. Sol ti ravvisa di Sofia l'acume,

Che ne le sedi di natura ascose Ardiata spinge del pensier le piume. Nel danzar de le stelle armoniose Ella ti vede, e ne l'occulto amore

Che informa e attragge le create cose. Te ricerca con l'occhio indagatore Di botaniche armato acute lenti Ne le fibre or d'un'erba ed or d'un fiore:

Te de i corpi mirar ne gli elementi Sogliono al gorgoglio d'acre vasello I chimici curvati e pazienti. Ma più le tracce del divin tuo bello

Discopre la sparuta anatomia Allorché armata di sottil coltello I cadaveri incide, e l'armonia De le membra rivela, e il penetrale

Di nostra vita attentamente spia. O uomo, o del divin dito immortale Ineffabil lavor, forma e ricetto Di spirto e polve moribonda e frale,

Chi può cantar le tue bellezze? Al petto Manca la lena, e il verso non ascende Tanto che arrivi a l'alto mio concetto. Fronte che guarda il cielo, e la cielo tende;

Chioma che sopra gli omeri cadente Or bionda, or bruna, il capo orna e difende; Occhio, de l'alma interprete eloquente, Senza cui non avria dardi e faretra

Amor, né l'ali, né la face ardente; Bocca donde esce il riso che penetra Dentro i cuori, e l'accento si disserra, Ch'or severo comanda, or dolce impetra;

Mano che tutto sente e tutto afferra, E ne l'arti incallisce, e ardita e pronta Cittadi innalza, e opposti monti atterra; Piede su cui l'uman tronco si ponta,

E parte e riede, e or ratto ed or restio Varca pianure, e gioghi aspri sormonta; E tutta la persona entro il cuor mio La maraviglia piove, e mi favella

Di quell'alto saper che la compio. Taccion d'amor rapiti intorno ad ella La terra, il cielo; ed io son io, v'è sculto, De le create cose la più bella.

Ma qual nuovo d'idee dolce tumulto! Qual raggio amico de le membra or viene A rischiararmi il laberinto occulto? Veggo muscoli ed ossa e nervi e vene,

Veggo il sangue e le fibre, onde s'alterna Quel moto che la vita urta e mantiene; Ma nei legami de la salma interna, Ammiranda prigion! cerco, e non veggio

Lo spirto che la move e la governa. Pur sento io ben che quivi ha stanza e seggio, E da la luce di ragion guidato In tutte le parti il trovo, e lo vagheggio:

O spirto, o immago de l'Eterno, e fiato Di quelle labbra; alla cui voce il seno Si squarciò de l'abisso fecondato: Dove andar l'innocenza ed il sereno

De la pura beltà, di cui vestito Discendesti nel carcere terreno? Ahi, misero! t'han guasto e scolorito Lascivia, ambizion, ira ed orgoglio,

Che a la colpa ti fero il turpe invito! La tua ragione trabalzar dal soglio, E lacero, deluso ed abbattuto T'abbandonar ne l'onta e nel cordoglio,

Siccome incauto pellegrin caduto Ne la man de' ladroni, allorché dorme Il mondo stanco e d'ogni luce muto; Eppur sul volto le reliquie e l'orme,

Fra il turbo de gli affetti e la rapina, Serbi pur anco de l'antiche forme: Ancor de l'alta origine divina I sacri segni riconosco; ancora

Sei bello e grande ne la tua rovina. Qual ardua antica mole, a cui talora La folgore del cielo il fianco scuota, Od il tempo che tutto urta e divora,

Piena di solchi, ma pur salda e immota Stassi, e d'offese e danni carca aspetta Un nemico maggior che la percota. Fra l'eccidio e l'orror de la soggetta

Colpevole Natura, ove l'immerse Stolta lusinga e una fatal vendetta, Più bella intanto la Virtude emerse, Qual astro che splendor ne l'ombra acquista,

E in riso i pianti di quaggiù converse. Per lei gioconda e lusinghiera in vista S'appresenta la morte, e l'amarezza D'ogni sventura col suo dolce è mista:

Lei guarda il ciel da la superna altezza Con amanti pupille; e per lei sola S'apparenta de l'uomo a la bassezza. Ma dove, o Diva del mio canto, vola

L'audace immaginar? dove il pensiero Del tuo vate guidasti, e la parola? Torna, amabile Dea, torna al primiero Cammin terrestre, né mostrarti schiva

Di minor vanto e di minore impero. Torna; e se cerchi errante fuggitiva Devoti per l'Europa animi ligi, E tempio degno di sì bella Diva,

Non t'aggirar del morbido Parigi Cotanto per le vie, né sulle sponde De la Neva, de l'Istro e del Tamigi. Volgi il guardo d'Italia a le gioconde

Alme contrade, e per miglior cagione Del fiume tiberin fermati a l'onde. Non è straniero il loco e la magione. Qui fu dove dal Cigno venosino

Vagheggiar ti lasciasti, e da Marone; E qui reggesti del pittor d'Urbino I sovrani pennelli, e di quel d'Arno Michel più che mortal Angel divino.

Ferve d'alme sì grandi, e non indarno, Il genio redivivo. Al suol romano D'Augusto i tempi e di Leon tornaro. Vedrai stender giulive a te la mano

Grandezza e Maestà, tue suore antiche, Che ti chiaman da lungi in Vaticano. T'infioreranno le bell'Arti amiche La via dovunque volgerai le piante,

Te propizia invocando a le fatiche. Per te a l'occhio divien viva a parlante La tela e il masso; ed il pensiero è in forsi Di crederlo insensato, o palpitante:

Per te di marmi i duri alpestri dorsi Spoglian le balze tiburtine, e il monte Che Circe empieva di leoni e d'orsi; Onde poi mani architettrici e pronte

Di moli aggravan la latina arena D'eterni fianchi e di superba fronte: Per te risuona la notturna scena Di possente armonia, che l'alme bea,

E gli affetti lusinga ed incatena; E questa selva, che la selva ascrea Imita, e suona di febeo concento, Tutta è spirante del tuo nume, o Dea;

E questi lauri che tremar fa il vento, E queste che premiam tenere erbette, Sono d'un tuo sorriso opra e portento: E tue pur son le dolci canzonette

Che ad Imeneo cantar dianzi s'intese L'arcade schiera su le corde elette. Stettero al grato suon l'aure sospese, E il bel Parrasio a replicar fra nui

Di Luigi e Costanza il nome apprese. Ambo cari a te sono, e ad ambidui Su l'amabil sembiante un feritore Raggio imprimesti de' begli occhi tui;

Raggio che prese poi la via del core, E di Virtù congiunto a l'aurea face Fe' ne l'alme avvampar quella d'Amore. Vien dunque, amica Diva. Il Tempo edace,

Fatal nemico, colla man rugosa Ti combatte, ti vince e ti disface. Egli il color del giglio e de la rosa Toglie a le gote più ridenti, e stende

Dappertutto la falce ruinosa. Ma se teco Virtù s'arma e discende Nel cuor de l'uomo ad abitar sicura, Passa il veglio rapace, e non t'offende;

E solo allorché fia che di Natura Ei franga la catena, e urtate e rotte De l'universo cadono le mura, E spalancando le voraci grotte

L'assorba il Nulla, e tutto lo sommerga Nel muto orror de la seconda notte, Al fracassato Mondo allor le terga Darai fuggendo, e su l'eterea sede,

Ove non fia che Tempo ti disperga, Stabile fermerai l'eburneo piede.

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