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1798–1837

CCLXX – Monti

Giacomo Leopardi

Nembo di guerra intorno freme e morte, E di Gravido la crudel sorella Gli anelanti cornipedi flagella Su l'italiche porte.

Sotto l'ugna immortal fuma e si scuote De l'Alpe il fianco; da i percossi fonti Alzano i fiumi le atterrite fronti Al passar de le rote.

E tortuose giù per l'erta china Cercano l'onde liquefatte il calle, Meste avvisando per l'ausonia valle La marzial ruina.

Che faremo, Amarilli? A i dolci canti De le fanciulle ascree, l'aspre tenzoni Mal di Bellona si confanno, e i tuoni De' bronzi fulminanti.

Né questo, che le fiere alme lusinga, Clangor di trombe, e nitrir di cavalli, Ben si concorda a gli apollinei balli, E al suon de la siringa.

E nondimeno sacerdoti e servi Non siam d'imbelle iddio. Come la cetra, Febo al fianco sonar fa la faretra, E di grand'arco i nervi.

Delfo e Troia lo sanno, il sa di Tebe La mal feconda donna, e un giorno tutte Del sangue de' Ciclopi orride e brutte Le siciliane glebe.

Lungi dunque il timor; ché non s'offende Impunemente la castalia fronda, E quel crine è fatal che si corconda De le delfiche bende.

Di Crise il dica la vendetta acerba, Quando Apollo sonar fe' l'omicide Frecce su i Greci, e castigò d'Atride La ripulsa superba.

Auspice un tanto dio, sciogli tranquillo, Ninfa divina, il canto, e l'alme scuoti A i severi difficili nipoti Di Curio e di Camillo.

Or far ti piaccia le virtù romane Segno a gli strali de' veloci carmi, O d'Ilio i campi lagrimosi, o l'armi E le colpe tebane;

O de l'Aurora i furti, o le fatiche Narrar d'Argo ti giovi, e manga in Colco Impallidir su l'incantato solco, O sospirar con Psiche

Teco vien la pietà, teco il diletto, Teco eleganza ne' bei modi ardita, E quel che al cor si sente, e non s'imita, Parlar facondo e schietto

Questa di carmi amabil arte in alto Di Teo levò la gloria e di Venosa, E l'onor di colei che dolorosa Spiccò di Leuca il salto.

Di lesbia musa che le valse il vanto? Che le valse il favor di Citerea, Che i passeri aggiogando a lei scendea Ad asciugarle il pianto?

Nume più grande Amor con le divine Eterne punte le piagava il fianco, Finché l'Ionio a l'egro spirto e stanco E al suo furor dié fine.

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