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1798–1837

CCLXVIII – Monti

Giacomo Leopardi

Io de' forti Cecropidi Ne l'inclita famiglia D'Atene un dì non ultimo Splendore e maraviglia,

A riveder io Pericle Ritorno il ciel latino, Trionfator de' barbari, Del tempo e del destino.

In grembo al suol di Catilo (Funesta rimembranza!) Mi seppellì del Vandalo La rabbia e l'ignoranza.

Ne ricerco i posteri Gelosi il loco e l'orme, E il fato incerto piansero Di mie perdute forme.

Roma di me sollecita Sen dolse; e a' figli sui Narrò l'infando eccidio Ove ravvolto io fui.

Carca d'alto rammarico Sen dolse l'infelice Del marmo freddo e ruvido Bell'arte animatrice;

E d'Adriano e Cassio, Sparsa le belle chiome, Fra gl'insepolti ruderi M'andò chïamando a nome:

Ma invan; ché occulto e memore Del già sofferto scorno Temei novella ingiuria, Ed ebbi orror del giorno.

Ed aspettai benefica Etade in cui sicuro Levar la fronte, e l'etere Fruir tranquillo e puro.

Al mio desir propizia L'età bramata uscio, E tu sul sacro Tevere La conducesti, o Pio.

Per lei già l'altre caddero Men luminose e conte, Perché di Pio non ebbero L'augusto nome in fronte.

Per lei di greco artefice Le belle opre felici Van del furor de secoli E de l'obblio vittrici.

Vedi dal suolo emergere Ancor parlanti e vive Di Periandro e Antistene Le sculte forme argive.

Da rotte glebe incognite Qua mira uscir Biante, Ed ostenatar l'intrepido Disprezzator sembiante:

Là sollevarsi d'Eschine La testa arida e balda, Che col rival Demostene A la tenzon si scalda.

Forse restar doveami Fra tanti io sol celato E miglior tempo attendere Da l'ordine del Fato?

Io, che d'età sì fulgida Più ch'altri assai son degno? Io de la man di Fidia Lavoro e de lingegno?

Qui la fedele Aspasia Consorte a me diletta, Donna del cor di Pericle, Al fianco suo m'aspetta.

Fra mille volti argolici Dimessa ella qui siede, E par che afflitta lagnisi, Che il volto mio non vede.

Ma ben vedrallo: immemore Non son del prisco ardore: Amor lo desta, e serbalo Dopo la tomba Amore.

Dunque a colei ritornano I Fati ad accoppiarmi, Per cui di Samo e Carnia Ruppi l'orgoglio e l'armi?

Dunque spiranti e lucide Mi scorgerò dintorno Di tanti eroi le immagini Che furo Elleni un giorno?

Tardi nepoti e secoli, Che dopo Pio verrete, Quando lo sguardo attonito Indietro volgerete,

Oh come fia che ignobile Allor vi sembri e mesta La bella età di Pericle Al paragon di questa!

Eppur d'Atene i portici, I templi e l'ardue mura Non mai più belli apparvero Che quando io l'ebbi in cura.

Per me nitenti e morbidi Sotto la man de' fabri Volto e vigor prendevano I massi informi e scabri.

Ubbidiente e docile Il bronzo riceveva I capei crespi e tremoli Di qualche ninfa o dea.

Al cenno mio le parie Montagne i fianchi apriro, E da le rotte viscere Le gran colonne usciro.

Si lamentaro i tessali Alpestri gioghi anch'essi Impoveriti e vedovi Di pini e di cipressi.

Il fragor de l'incudini, De' carri il cigolio, De' marmi offesi il gemere Per tutto allor s'udio.

Il cielo arrise: Industria Corse le vie d'Atene, E n'ebbe Sparta invidia Da le propinque arene.

Ma che giovò? Dimenticarci De la mia patria i Numi, Di Roma alfin prescelsero Gli altari ed i costumi.

Grecia fu vinta, e videsi Di Grecia la ruina Render superba e splendida La povertà latina.

Pianser deserte e quallide Allor le spiagge achive, E le bell'Arti corsero Del Tebro su le rive.

Qui poser granche e libere Il fuggitivo piede, E accolte si compiacquero De la cangiata sede;

Ed or fastose obbliano L'onta del goto orrore, Or che il gran Pio le vendica Del vilipeso onore.

Vivi, o Signor; tardissimo Al mondo il Ciel ti furi, E coll'amor de' popoli Il viver tuo misuri.

Spirto profan de l'Erebo A l'ombre avvezzo io sono; Ma i voti miei non temono La luce del tuo trono.

Amìnche del greco Elisio Nel disprezzato regno V'è qualche illustre spirito Che d'adorarti è degno.

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