Quando Giason dal Pelio Spinse nel mar gli abeti, E primo corse a fendere Co' remi il seno a Teti,
Su l'alta poppa intrepido Col fior del sangue acheo Vide la Grecia ascendere Il giovinetto Orfeo.
Stendea le dita eburnee Su la materna lira; E al tracio suon chetavasi De' venti il fischio e l'ira.
Meravigliando accorsero Di Doride le figlie; Nettuno a i verdi alipedi Lasciò cader le briglie.
Cantava il Vate odrisio D'Argo la gloria intanto, E dolce errar sentivasi Su l'alme greche il canto.
O de la Senna, ascoltami, Novello Tifi invitto: Vinse i portenti argolici L'aureo tuo tragitto.
Tentar del mare i vortici Forse è sì gran pensiero, Come occupar de' fulmini L'inviolato impero?
Deh! perché al nostro secolo Non diè propizio il Fato D'un altro Orfeo la cetera, Se Montgolfier n'ha dato?
Maggior del prode Esonide Surse di Gallia il figlio. Applaudi, Europa attonita, Al volator naviglio.
Non mai Naturam a l'ordine De le sue leggi intesa, Da la potenza chimica Soffrì più bella offesa.
Mirabil arte, ond'alzasi Di Sthallio e Black la fama, Pera lo stolto Cinico Che frenesia ti chiama.
De' corpi entro le viscere Tu l'acre sguardo avventi, E invan celarsi tentano Gl'indocili elementi.
Da le tenaci tenebre La verità traesti, E de le rauche ipotesi Tregua al furor ponesti.
Brillò Sofia più fulgida Del tuo splendor vestita, E le sorgenti apparvero, Onde il creato ha vita.
L'igneo terribil aere, Che dentro il suol profondo Pasce i tremuoti, e i cardini Fa vacillar del mondo,
Reso innocente or vedilo Da' marzii corpi uscire, E già domato ed utile Al domator servire.
Per lui, del pondo immemore, Mirabil cosa! in alto Va la materia, e insolito Porta a le nubi assalto.
Il gran prodigio immobili I riguardanti lassa, E di terrore un palpito In ogni cor trapassa.
Tace la terra, e suonano Del ciel le vie deserte: Stan mille volti pallidi, E mille bocche aperte.
Sorge il diletto e l'estasi In mezzo a lo spavento, E i piè mal fermi agognano Ir dietro al guardo attento.
Pace e silenzio, o turbini: Deh! non vi prenda sdegno Se umane salme varcano De le tempeste il regno.
Rattien la neve, o Borea, Che giù dal crin ti cola; L'etra sereno e libero Cedi a Robert che vola.
Non egli vien d'Orizia A insidiar le voglie: Costa rimorsi e lagrime Tentar d'un dio la moglie.
Mise Teseo ne i talami De l'atro Dite il piede: Punillo il Fato, e in Erebo Fra ceppi eterni or siede.
Ma già di Francia il Dedalo Nel mar de l'aure è lunge: Lieve lo porta Zeffiro, E l'occhio appena il giunge.
Fosco di là profondasi Il suol fuggente a i lumi, E come larve appaiono Città, foreste e fiumi.
Certo la vista orribile L'alme agghiacciar dovria; Ma di Robert ne l'anima Chiusa è al terror la via.
E già l'audace esempio I più ritrosi acquista; Già cento globi ascendono Del cielo a la conquista.
Umano ardir, pacifica Filosofia sicura, Qual forza mai, qual limite Il tuo poter misura?
Rapisci al ciel le folgori, Che debellate innante Con tronche ali ti caddero, E ti lambir le piante.
Frenò guidato il calcolo Dal tuo pensiero ardito De gli astri il moto e l'orbite, L'Olimpo e l'infinito.
Svelaro il volto incognito Le spiù rimote stelle, Ed appressar le timide Ler vergini fiammelle.
Del sole i rai dividere, Pestar quest'aria osasti; La terra, il foco, il pelago, Le fere e l'uom domasti.
Oggi a calcar le nuvole Giunse la tua virtute, E di natura stettero Le leggi inerte e mute.
Che più ti resta? Infrangere Anche a la Morte il telo, E de la vita il néttare Libar con Giove in cielo.
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