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1798–1837

CCLXIV – Perticari

Giacomo Leopardi

Diamante bella, io non ho pan bianco, Cacio non ho, ned ova; né giuncata, Da farti onor di questi doni almanco; Ché da molti anni una trista brigata

Fatto ha di me quel che de' greppi il verno: Il pollaio e la madia han vendemmiata. Abbiali tutti Iddio nel loco eterno; E vada a la malorcia tutta quella

Peste di veri diascol del ninferno. Ma per questo non fia, Diamante bella, Che 'l cuor del tuo mencone a te non doni Quel che non sa la maghera scarsella.

I' vo' del matrimonio i cari doni, Il mele, l'oro, le soavità, Le gentilezze, le consolazioni Mostrarti in parte. Né mi penso già

(Parla ardito un villano, e non inganna) Queste cose mostrarti a la città, Ma ne la pace de la mia capanna, Dov'è l'amor di moglie e di marito

Dolce più de la sapa e de la manna; Ché in villa non si caccia anello in dito Per satollar de lo argento la fame, Ma ne spinge a le nozze altro appetito.

Là non si veggion le dolenti dame Del bel de lo zecchino innamorate Pigliar dei brutti visi di tegame: Poi 'n paggi, 'n cocchi, 'n vesti inargentate,

E in chiassi ire accattando alcuna gioia, Perché vivon del meglio in povertate. Là non vien Gelosia, la sozza boia, Quella strega, quel drago avvelenato,

Che cogli occhi trae l'uom fuor de le quoia: La Vergogna in gamurra di broccato Dietro il povero Onor là non galoppa, Ché se lo giugne l'ammazza col fiato:

Là non trova bugiardo e fianco e poppa Lo sposo meschinel, né fa disegno Due terzi aver di carne ed un di stoppa: Né vede come l'ossa mettan regno

Propio in mezzo del petto, e di vermiglio Tinga le gialle guance il matto ingegno: Né fresca giovinetta ivi al cipiglio Trema di tal, che fradicio e canuto

Empie ogni cosa di lungo bisbiglio, E pare in faccia il diavolo cornuto, E l'orco ne la pancia, ed è importuno Più del singhiozzo e più de lo starnuto.

Vieni, fanciulla mia, vien dentro il bruno Mio capannel: vedraivi il matrimonio Tutto fiorito, e senza spino alcuno. Figlioletti vedrai tutti d'un conio,

Leggiadri tutti e da una mamma fatti, Ch'è piena d'ogni ben del comprendonio. Ella fa de la casa tutti i fatti: Dispon le massarizie tutte quante,

Cura il porco, il marito, i figli e i gatti; Levasi al lume de le stelle, e innante Che mi si rompa il sonnellin de l'oro Risveglia il foco dal tizzon fumante;

Apre usci e serra; un cigolar sonoro Di carrucole senti; ed alto freme De' percossi telai l'aspro lavoro. Quando moviam per la campagna insieme,

S'io ho l'aratro meco, ell'ha il cestello; S'io schiudo il solco, ella vi getta il seme: S'io cantando do dentro a l'orticello, Ella cantando lava e i panni sbatte:

S'ella fa nulla, ed io gratto il porcello: Finché poch'erbe e bruno pane e latte In sul far bruzzo a un desco assiem ci pone, Dove la fame coll'amor combatte.

Quando la faccia d'oro il Sol ripone, E le bocche s'acconciano a badigli, Quanta è la gioia del tuo Menicone! Si fa la casa un covo di conigli;

S'adunan tutti; e mi ballano a canto Sino i figli de' figli de' miei figli. Io non rattengo per la gioia il pianto, E li palpo e li stringo, e più beato

De' principi e de i re mi credo intanto. Vien, fanciulla, a veder che dolce stato! Vieni, fanciulla, e ti so dir che un branco Sempre vorrai di figlioletti a lato.

È chiusa la capanna; per lo bianco Ciel la neve s'addensa, e 'l freddo vento Soffia e sbatte a le quercie il nudo fianco. Dan le appese lucerne un lume lento,

E fa di pochi stecchi un focherello Picciola fiamma e picciol movimento. Qua Menichetto sta presso un fastello Di lunghe paglie, e in cerchio le contesse,

Onde 'l nonno la state abbia il cappello. Più là Cecchino verdi giunchi intesse A farne fiscellette pel mercato, E comperarne il saio e le brachesse.

Strimpella Pippo il cembalo scordato, E s'appronta la Tancia a mattinare; Ché Pippo per la Tancia è ammartellato. Nencia sua suora s'acconcia a ballare,

E alzando colla destra il guarnelletto Fa la sinistra al fianco ciondolare. Ella è di Menicon l'alma e 'l diletto; Quand'ella compie il ballo s'inchina ella,

Poi torna indietro, e fammi uno scambietto. Io come 'l sale struggomi a vedella, E tremolando per gioia, appuntello Sovra i polsi la barba e la mascella.

Nudo e paffuto intanto un bambinello A le ginocchia veggiomi venire, Che ognor che 'l veggo egli mi par più bello: Sembra che di parlarmi abbia disire;

ma il me' che sappia è farmi un risolino E guatarmi nel viso ed arrossire. Le gambe ha in arco; il capo ha d'oro fino; Grosse le braccia, e le guance han colore

Tal che per siepe mai, né per giardino April non vide sì polito fiore. Mettilo al buio: tu una stella il credi. Dagli le penne: è l'angiolel d'amore.

Meo, Beco e Ciapo, come tu mi vedi, Tutti allor veggio, e saltanmi sul collo, Dentro le braccia, a le ginocchia, a i piedi: Sì che mi corre giù per lo midollo

Di latte di dolcezza una tal vena, Che pieno il cuor ne porto e 'l ciglio mollo. La Tina intanto la culla dimena, E il fantolin, che dentro le sorride,

Volge a dormir con lunga cantilena. La Mea da l'arcolaio il fil divide, E a la nonna, che presso le balocca Di folletti e di fate, attenta ride;

Finché le fugge di mano la rocca, E narrando e inchinando appiè del foco, La favola le muor sovra la bocca. Non v'è più fiamma: solo il carbon fioco

Scintilla; e il lume per le negre gole De le lucerne cade a poco a poco. Si stan le donne, né fan più parole: Come presso la sera si stan quete

Le cicalette quand'è morto il sole. Dopocento carezze oneste e liete Cerca ognun sua persona a disbramare Del tardo sonno la soave sete.

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