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1798–1837

CCLXI – Foscolo

Giacomo Leopardi

A l'ombra de' cipressi, e dentro l'urne Confortate di pianto, è forse il sonno De la morte men duro? Ove più il sole Per me a la terra non fecondi questa

Bella d'erbe famiglia e d'animali; E quando, vaghe di lusinghe, innanzi A me non danzeran l'ore future; Né da te, dolce amico, udrò più il verso,

E la mesta armonia che lo governa; Né più nel cor mi parlerà lo spirto De le vergini muse e de l'amore, Unico spirto a mia vita raminga;

Qual fia ristoro a' dì perduti un sasso Che distingua le mie da le infinite Ossa che in terra e in mar semina Morte? Vero è ben, Pindemonte: anche la Speme,

Ultima Dea, fugge i Sepolcri; e involve Tutte cose l'obblio ne la sua notte; E una forza operosa le affatica Di moto in moto; e l'uomo, e le sue tombe,

E l'estreme sembianze e le reliquie De la terra e del ciel traveste il tempo. Ma perché pria del tempo a se il mortale Invidierà l'illusion che, spento,

Pur lo sofferma al limitar di Dite? Non vive ei forse anche sotterra, quando Gli sarà muta l'armonia del giorno, Se può destarla con soavi cure

Ne la mente de' suoi? Celeste è questa Corrispondenza d'amorosi sensi, Celeste dote è ne gli umani: e spesso Per lei si vive con l'amico estinto,

E l'estinto con noi; se pia la terra Che lo raccolse infante e lo nutriva, Nel suo grembo materno ultimo asilo Porgendo, sacre reliquie renda

Da l'insultar de' nembi, e dal profano Piede del vulgo; e serbi un sasso il nome; E di fiori odorata arbore amica Le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d'affetti Poca gioia ha de l'urna: e se pur mira Dopo l'esequie, errar vede il suo spirto Fra 'l compianto de' templi acherontei,

O ricovrarsi sotto le grandi ali Del eprdono d'Iddio; ma la sua polve Lascia a le ortiche di diserta gleba, Ove né donna innamoarata preghi,

Né passeggier solingo oda il sospiro Che dal tumulo a noi manda Natura. Pur nuova legge impone oggi i sepolcri Fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti

Contende. E senza tomba giace il tuo Sacerdote, o Talia, che a te cantando, Nel suo povero tetto educò un lauro Con lungo amore, e t'appendea corone:

E tu gli ornavi del tuo riso i canti Che il lombardo pungean Sardanapalo, Cui solo è dolce il muggir de' buoi Che da gli antri abduani e dal Ticino

Lo fan d'ozi beato e di vivande. O bella musa, ove sei tu? non sento Spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume, Fra queste piante, ov'io siedo e sospiro

Il mio tetto materno. E tu venivi E sorridevi a lui sotto quel tiglio, Ch'or con dimesse frondi va fremendo Perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio

Cui già di calma era cortese e d'ombre. Forse tu fra plebei tumulti guardi Vagolando, ove dorma il sacro capo Del tuo parini. A lui non ombre pose

Tra le sue mura la città, lasciva D'evirati cantori allettatrice; Non pietra, non parola: e forse l'ossa Col mozzo capo gl'insanguina il ladro,

Che lasciò sul patibolo i delitti. Senti raspar fra le macerie e i bronchi La derelitta cagna ramingando Su le fosse, e famelica ululando;

E uscir del teschio, ove fuggia la luna L'upupa, e svolazzar su per le croci Sparse per la funerea campagna, E immonda accusar col luttuoso

Singulto i rai di che son pie le stelle A le obbliate sepolture. Indarno Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade Da la squallida notte. Ahi, su gli estinti

Non sorge fiore ove non sia d'umane Lodi onorato e d'amoroso pianto. Felice te che il regno ampio de' venti, Ippolito, a' tuoi verd'anni correvi!

E se il piloto ti drizzò l'antenna Oltre l'isole egee, d'antichi fatti Certo udisti sonar de l'Ellesponto I liti; e la marea mugghiar portando

A le prode retee l'armi d'Achille Sovra l'ossa d'Aiace. A' generosi Giusta di glorie dispensiera è morte: Né senno astuto, né favor di regi

A l'Itaco le spoglie ardue serbava; Ché a la poppa raminga le ritolse L'onda, incitata da gl'inferni Dei. E me, che i tempi ed il desio d'onore

Fan per diversa gente ir fuggitivo, Me ad evocar gli eroi chiamin le muse, Del morale pensiero animatrici. Siedon custodi de' sepolcri: e quando

Il Tempo con sue fredde ale vi spazza Fin le rovine, le Pimplee fan lieti Di lor canto i deserti; e l'armonia Vince di mille secoli il silenzio.

Ed oggi ne la Troade inseminata Eterno splende a' peregrini un loco, Eterno per la ninfa a cui fu sposo Giove, ed a Giove diè Dardano figlio,

Onde fur Troia, e Assaraco, e i cinquanta Talami, e il regno de la Giulia gente. Però che quando Elettra udì la Parca Che lei da le vitali aure del giorno

Chiamava a' cori de l'Eliso, a Giove Mandò il voto supremo; e se, diceva, A te fur care le mie chiome e il viso E le dolci vigilie, e non mi assente

Premio miglior la volontà de' fati, La morta amica almen guarda dal cielo, Onde d'Elettra tua resti la fama. Così orando, moriva. E ne gemea

L'Olimpio; e l'immortal capo accennando, Piovea da i crini ambrosia su la ninfa, E fe sacro quel corpo, e la sua tomba. Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto

Cenere d'Ilo: ivi l'iliache donne Sciogliean le chiome, indarno ahi deprecando Da' lor mariti l'imminente fato: Ivi Cassandra, allor che il nume in petto

Le fea parlar di Troia il dì mortale, Venne; e a l'ombre cantò carme amoroso; E guidava i nepoti, e l'amoroso Apprendeva lamento a' giovanetti.

E dicea sospirando: oh se mai d'Argo, Ove al Tidide e di Laerte figlio Pascerete i cavalli, a voi permetta Ritorno il Cielo; invan la patria vostra

Cercherete: le mura opra di Febo Sotto le lor reliquie fumeranno. Ma i Penati di Troia avranno stanza In queste tombe: ché de' numi è dono

Servar ne le miserie altero nome. E voi, palme e cipressi che le nuore Piantan di Priamo, e crescerete ahi presto, Di vedovili lagrime innaffiati;

Proteggete i miei padri: e chi la scure Asterrà pio da le devote frondi, Men si dorrà di consanguinei lutti, E santamente toccherà l'altare.

Proteggete i miei padri. Un dì vedrete Mendico un cieco errar sotto le vostre Antichissime ombre; e brancolando, Penetrar ne gli avelli, e abbracciar l'urne,

E interrogarle. Gemeranno gli antri Secreti; e tutta narrerà la tomba Ilio raso due volte, e due risorto Splendidamente su le mute vie

Per far più bello l'ultimo trofeo A i fatati Pelidi. Il sacro vate, Placando quelle afflitte alme col canto, I prenci argivi eternerà per quante

Abbraccia terre il gran padre Oceano. E tu onore di pianti, Ettore, avrai Ove fia santo e lagrimato il sangue Per la patria versato, e finché il sole

Risplenderà su le sciagure umane.

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