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1798–1837

CCLX – G. Paradisi

Giacomo Leopardi

A par di lince Vede acuto la plebe; e dopo il vano Bagliore sa spiar la torpid'alma, Il rozzo ingegno, il ferreo cor, che tutto

L'utile si fa giusto, il falso aspetto, Il doppio labbro ed i mal fidi orecchi Di chi crebbe sul merto, al soffio cieco De la fortuna: e in suo pensier l'abborre

E il vilipende allor che meglio il pasce Di magnifici nomi e di servile Abbassamento. Ecco trapassa Ormondo, Eretto in mezzo a l'inchinate teste

Del volgo pauroso. Odi, se l'ozio Te ne riman. Non volano sì fitte Sul passeggier le paludose mosche, Quanti scoccan su lui da' labbri accolti

Proverbi e villanie. Mida; Seiano; Console di Caligola. Puoi tutte, S'hai veloce l'udito, a un punto solo Raccor le infamie de l'oscena vita.

Ma chi, parco di voglie e di bisogni, Ogni dono del Ciel pone a guadagno; Chi modesto misura ogni sua forza, Né, di se presumendo, osa inoltrarsi

Sin dove offenda il pubblico consenso; A' suoi caro e a gli amici i giorni umili Guida tranquillo, e più pregiato assai De' gran possenti: e fuor del suo disegno,

Talor poggia al fastigio ove miraro Colle colpe e i sudor mill'altri invano.

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