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1798–1837

CCLIX – G. Paradisi

Giacomo Leopardi

Già corse Quattro gran giri il Sol dacché mi tolsi Dal gregge de le Muse: e se furtivo Pindo rividi ancor, da le lusinghe

Vinto, e dal non sopito amor del loco; Oggi son fermo che un eterno esiglio Me ne divida. E ch'utile è il consiglio E sano, s'ozio hai per udirmi, ascolta.

Se alcun (così meco talor ragiono), Marre e pali operando, un pian fondasse Di viva selce; e coll'aratro poi Lo rigasse di solchi; e il concimasse;

E il cignesse di rivi e di dens'ombra, Contro gli sdegni d'Orione e il foco Del Can nascente; ove potria costui Volgere il piè, che non destasse a riso

E la procace e la severa etade? Ma forse è folle men chi notti e giorni Vigila e suda in vote imagin fiso: E poiché registrando alcune voci,

Ed altre ributtandone, de l'ugne Scempio fece e del crin, noia e dispetto Solo e ambascia ne trae? Già non contendo Ch'altri talvolta d'onorato nome

Non fregi lui: pur sia: ma, corso un giorno O due, che gli riman? sotto l'Aquario Meglio perciò si vestirà che l'asse Non gli consenta? o a se più mondo vitto

Dopo le lodi fornirà? o men grave De la quartana sentirà il ribrezzo? Che se, paludendo mille, anzi secento Milioni di mille, un sol di tanto

Arricci il naso, fia cangiata in fiele Ogni dolcezza. Quindi le mordaci Tristezze han fonte, e con gl'insulti l'acri Vendette, e i caldi piati, e gli odii, ahi troppo

Nota infamia de' vati. O sogni forse, Vanto a Marone e al Venosin negato, Che a pieni voti il publico comizio Ti rimandi assoluto? Ove diverso

Se' tu dal Zanni, che tra se fantastica: Se gli uomini tutti in un sol uomo, e gli alberi In un albero, e i sassi in un sol fossero Sasso raccolti? Varie in ogni mente

Detta il gusto le leggi; e non farai Che si riposi in un giudizio solo, Se pria non cresci d'un medesmo latte Tutti i bambini, e in un medesmo clima

Tu non gli educhi fra vicende eguali. Questi l'irsuta libertà di Dante Aspro simula; quegli adf uno ad uno Spigola i cari modi, ed il sottile

Emula vaneggiar del cinquecento; Corvino di metafora e traslato Si fa pallido a i nomi; altri le fiamme Fa sul bronzo sudar; Mevio le selve

Ama; in celtico stil Bavio de' mesti Spettri fischiar fa per le selve il vento. Se d'accorre in te sol così lontani Suffragi ambisci, t'è mestier d'un'arte

Più di quella difficile che mesce Ne le tazze il licor del lucid'oro; Per cui sembiante in ogni verso acquisti Di bonario e magniloquo, d'austero

E di faceto, d'aspro e di gentile, Di vieto e di moderno. Assai pur anco Monta quel ch'io dirò. Se un cibo incresce A un convitato sol di venti o trenta,

Non attender ch'ei dica: al mio palato Non garba quel sapor. Bensì, usurpando Ei solo i dritti del comun parere, È tosco, griderà; quella vivanda

Ha ferrea gola chi l'inghiotte. O cibo O poema è lo stesso. A me non piace; Pessimo è dunque: non ci ha mezzo. Eppure Col retore Longin degni del cedro

Valgio que' versi pronunciò. Mal sente Chi dissente da me. Se peschi al fondo, Questo e non altro d'entimemi involge E di sortiti il favellar confuso

Del volgo de' saccenti e de' dottori. Né tacerò, condizione acerba Sopra ogni altra a portarsi, che ignoranza E sede e voto d'arrogarsi ardisce

Nel giudizio de' vati; e che sovente Donna gl'ingegni perché a gli occhi inerti Le fero offesa di soverchia luce. Arroge ancor che, con iniqua legge,

Il fallir d'uno a tutti i vati è apposto. Garrulo è d'essi alcun? cicale e gazzere Tutti fien detti. Un po' leggero è questi, E fa contrasto d'ammassati temi

Nel suo discorso, che non trova uscita, O fuor riesce del cammino? inetto A' gran consigli udrai nomar l'itero Delfico gregge. Vuoi di più? lo scudo

Gittò, minor de la virtù seguita, Quinto a Filippi; s'appagò di sguardi Tra lunga e cruda servitù Petrarca: Tutti imbelli in amor, vili nel campo

Si predican tra 'l riso oggi i poeti.

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